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riflessioni.

Alle poste un anziano impiegato fu con me molto scortese e si rivolse con tono scontroso. Questo episodio che nei più non avrebbe suscitato la minima riflessione, in me ne ha scaturite tante. Vincendolo di cortesia sul momento, adesso lo ringrazio perché da quel suo essere scontroso mi ha permesso la realizzazione di questo post. La riflessione sul momento è stata questa: io sono un precario, lui no. Io ho mandato il cv alle poste e sarei sicuramente più gentile e affabile con le persone. Lui non lo è. Questo non è giusto, soprattutto perché se solo lui sapesse quanto è difficile trovare un lavoro forse sarebbe più gentile, conscio dello sforzo che oggigiorno la ricerca di un impiego richiede. Questa è una piccola contraddizione.

C-O-N-T-R-A-D-D-I-Z-I-O-N-E. Migliaia di contraddizioni.

Questo è proprio uno strano periodo storico per la nostra povera Italia. I governi cambiano (e questa certamente è una nota positiva), le ferrovie tagliano valli e speranze, i poliziotti spaccano vetrine (una volta non dovevano garantire l’ordine pubblico?). Questa è proprio l’epoca delle contraddizioni perché la sensibilità è diventata un problema, un qualcosa che spesso dobbiamo scrollarci dalle spalle se si vuole vivere tranquilli. Abbiamo tanta forza di lavoro sprecata e troppe persone che occupano posti con disinteresse senza rendersi conto della fortuna che essi hanno a doversi alzare presto ogni mattina! Tutto costa, tutto ha un prezzo, e i soldi sono sempre meno.

I giullari giocano a fare i politici.

I politici fanno i giullari. Anzi, forse sarebbe meglio dire i “buffoni”, soprattutto coloro che dal nord rantolano parole senza senso, che puntualmente ritrattano attribuendo ogni colpa alla stampa! Provo pena e disprezzo per lui, e per tutti coloro che lo seguono nei suoi comizi tutti con la sciarpina o la cravattina verde. Che schifo. Che vergonga solo condividere la loro stessa cittadinanza anagrafica!

Per tutto questo, e molto altro ancora, mi verrebbe voglia di metterli tutti in fila e di urlar loro in faccia con tutta la mia forza, con tutta la rabbia che ho dentro per la non-sicurezza, per la non-stabilità; sono in attesa di un verdetto e non so se mi rinnoveranno un contratto di lavoro per un qualcosa che non volevo fare da piccolo. Mi rassegno, mi accontento, eppur forse non mi daranno la possibilità di proseguire questa mia strada alternativa e mi toglieranno anche questo briciolo di stabilità. E che fare allora? Stringere i denti per dimostrare che non tutti i giovani guardano il grande fratello, che non tutti sognano di essere su un’isola a giocare a fare i naufraghi stanchi oramai del cerone e del silicone. I giovani hanno una gran bella voce, ma finché il pubblico non si deciderà a togliere i tappi dalle loro vecchie orecchie, mai nessuno potrà godere del loro canto. Questi sono i giovani che non si accontentano, che hanno uno scopo, che hanno ambizioni senza cadere nel mero arrivismo. Noi siamo una forza per il nostro paese, e non una cazzo di percentuale negativa sempre in crescita che ci pone tra le ultime ruote del carro nel panorama mondiale. Basta destra, basta sinistra, basta scontri in tv dove vengono spolverati eventi ormai morti e sepolti. Odio tutto ciò. Un’opera a cui sono molto affezionato, L’urlo di Munch,  rappresenta molto bene ciò che dovremmo fare: svegliarci e reagire, gridare fino a storpiare le prospettive ed infuocare il cielo.

Mandiamo a casa questi giullari: questo deve essere un nuovo inizio.

Cari inesistenti lettori,

ho deciso di riportare la descrizione del colloquio che ho avuto stamattina presso una società torinese. Ho deciso di scrivere questo articolo per denunciare un chiaro segnale della crisi che sta invadendo il nostro paese: i ragazzi oggi sono disposti ad accettare qualunque tipo di lavoro e si accontentano lasciando da parte orgoglio, autostima, ambizioni, facendo indirettamente la fortuna di persone che speculano proprio su questo triste momento storico.

Mi hanno telefonato in seguito alla ricezione di un mio cv; avevo trovato l’annuncio per un lavoro impiegatizio/telefonico presso una cosa che sembrava una casa editrice.

Fisso l’appuntamento per stamattina dopo aver cercato invano notizie della società in rete. Nei motori di ricerca non usciva tra i risultati altro che annunci sui portali di lavoro. Bello il palazzo, all’inizio poteva anche sembrare un’attività seria. Ma le mie impressioni si sono presto rivelate errate. Mi fanno accomodare e compilare un cv (non l’avevano già ricevuto per mail?!?!) in cui mi si chiedeva di elencare brevemente le mie precedenti esperienze lavorative. Mi riceve un ragazzo giovane, sulla trentina, quasi mio coetaneo, che inizia ad illustrarmi in dettaglio il tipo di incarico. Non parlo del suo stile e modo di porsi con me e con un altro povero ragazzo che aveva il colloquio fissato: questi sono infatti solo particolari.

Per farla breve, sarei dovuto rimanere a fare una mezza giornata di prova: chiamare al telefono persone per cercare di vender loro alcuni prodotti (suppongo enciclopedie e simili). Al termine della mattinata avremmo parlato del lavoro, e avrei dovuto prendere accordi per fissare quando fare una settimana di “formazione”. In pratica dovevo lavorare per altri sei giorni, ovviamente”in forma non retribuita e totalmente gratuita” (per usare le sue stesse parole), al termine delle quali avrebbero deciso se farmi il contratto oppur no. E io suppongo che questo giochino lo ripetano più e più volte, per avere persone che lavorano gratis per loro. Comunque, se anche così non fosse, le prove si pagano e basta.

Sono ormai uno specialista in colloqui, e non mi faccio più fregare tanto facilmente. Ho espresso così le mie questioni, tra le quali l’aspetto contrattuale ed economico. Lui ha iniziato a girare intorno alla faccenda, e solo dopo mie continue domande ho avuto un quadro abbastanza chiaro. Per quanto concerne la forma contrattuale mi ha detto che potevano fare un contratto a tempo indeterminato, oppure indeterminato, oppure a p.iva: in pratica non ha saputo a rispondere alla mia domanda. Per quanto riguarda invece l’aspetto economico, ha detto che loro assicuravano un fisso a 20€ circa ogni mattina (4 h lavorative), ma niente di certo, soprattutto per quanto riguarda il discorso “contributi” che non ho avuto il coraggio di affrontare. Poi ci sono dei premi per le vendite, ovviamente fuori busta, a nero.

A quel punto mi sono un po alterato, mi sono alzato, ho cercato di far capire all’altro ragazzo di andarsene, una bella stretta di mano e arrivederci.

La voglia che ho di denunciare la cosa è enorme, e penso che lo farò per due motivi.

Il primo perchè non è giusto che dobbiamo essere sempre noi a pagare il prezzo della crisi: devono secondo me piantarla di prendere per il culo i giovani che, a costo di tirar su’ qualche soldino, sono disposti ad essere oggetto di sfruttamento. “A nero”? Ci vengono ancora a proporre lavoro a nero, a 30 con una laurea, tirocinio all’estero e due pagine di cv di esperienze lavorative?

Una vergonga.

Il secondo motivo è che finchè ci saranno delle persone che accettano incarichi del genere, le cose non cambieranno mai. Vorrei urlare a gran voce di fare una specie di ammutinamento, al fine di non far loro più pensare ”vai pure via, tanto ne troviamo altri mille che accettano le nostre condizioni”.

E’ secondo me l’ora di dire basta, ma basta davvero. Se non iniziamo dalle piccole cose, non combineremo mai niente di nuovo e buono!

Per prenderla a ridere anche stavolta, guardate il video: potrebbe esservi d’aiuto per affrontare un colloquio, augurandomi che sia per qualcosa di serio!

CONDIVIDERE E CONOSCERE NEL CYBERSPACE: UN “luogo non luogo” per lo sviluppo di comunità di pratica

Il termine “cyberspazio” è definito da Gibson come “[…] un universo parallelo dove i dati, i contenuti, e tutte le informazioni sono organizzate secondo le regole del mondo reale e che trova nella rete lo spazio ideale per la formazione di nuove comunità […]”. Secondo Levy la caratteristica principale che distingue il reale dal virtuale è che nel primo caso l’uomo è sottoposto a spazio e tempo, nel secondo caso vi è invece il completo distaccamento dal “qui e ora”. Proprio per la sua a-spazialità e a-temporalità è soventemente definito un “non-luogo”, appellativo che però non lo esclude dal mantenere tutti i fattori che favoriscono la socializzazione di un luogo fisico vero e proprio. Questo infatti a detta di molti studiosi amplifica notevolmente il livello di socializzazione, considerando la comunità non come un prodotto di una condivisione di spazio fisico comune, ma come il risultato di un gioco “relazionale” e la condivisione di interessi comuni. Il rapporto tra individui sarebbe quindi più spontaneo e non dettato dalle prassi sociali imposte da un certo ambiente d’appartenenza. Una comunità virtuale può per questo assumere le sembianze di “comunità di pratica”, che come dice Etienne Wenger sono gruppi che hanno come scopo quello di creare e generare conoscenza organizzata cui ogni individuo può avere libero accesso. Si capisce bene come per questo scopo la rete offra il più potente strumento immaginabile! Pensiamo ad esempio al progetto Wikipedia, caratterizzato proprio dal collaborazionismo e dal lavoro di gruppo. L’essenza stessa della conoscenza perde ogni senso e diviene futile se non la si condivide con altri individui, senza competizione, senza gerarchizzazione di ruoli, e senza tutte quelle contraddizioni che attanagliano la società reale caratterizzata dal mero individualismo: lo scopo deve essere l’apprendimento collettivo, continuo, in nome della consapevolezza delle proprie conoscenze. Il sapere con la rete si sposta molto più velocemente, forma comunità di pratica stimolando gli interessi e la voglia di approfondire in maniera comoda e non-tradizionale.
Le comunità di pratica possono nascere in nome di differenti stimoli. In seguito riporto i principali.
1. Incontro tra persone avvicinate da motivazioni di varia natura, come avviene nel classico associazionismo (associazioni di volontariato, club di cultori dello stesso hobby, fondazioni umanitarie … )
2. Incontro tra persone differenti avvicinate da interessi comuni (fruitori di una stessa piattaforma di e-learning, frequentatori di forum tematici … )
3. Desiderio di scambio di informazioni (blog di approfondimento dei giornalisti, siti dei quotidiani on-line…)
4. Desiderio di generare dei contenuti (di cui è un chiaro esempio Wikipedia ma nanche WikiArtpedia, progetto curato dal prof. Tozzi, al quale anche gli studenti hanno collaborato con degli articoli e delle traduzioni di alcuni documenti)
5. Cooperazione (forum tematici per la risoluzione di problemi, blog a tema)
Non ci scordiamo che il mezzo rappresenta solo il tramite della connessione, l’infrastruttura; il contenuto è sempre dato dal senso generato dai membri della comunità.

UNA BREVE PARENTESI

Desidero adesso fare un breve collegamento a un altro gruppo di persone che hanno addirittura fatto di queste connessioni una forma di arte. Penso proprio al movimento della net art che, uscendo dai canoni di arte tradizionale (senza la pretesa di ottenere prodotti paragonabili a Picasso o Munch!) vedevano nella connessione stabilita, nel mezzo utilizzato, nel passaggio di byte, la forma artistica fine a se stessa. Penso ad esempio a “This morning”, opera di Shulgin che prevedeva un vero e proprio flusso di coscienza riguardante tutte le azioni da lui svolte al risveglio espresso tramite una valanga di finestre pop-up che si attivavano all’apertura del file. Una sorta di scherzo che nel 1997 utilizzava il linguaggio html come forma espressiva e come occasione di riflessione sul ruolo del fruitore nell’arte: qui il soggetto che decide di aprire il file, la sua reazione emotiva, la sua paura di un virus, la sua risata … questa è la forma espressiva, ottenuta mediante la possibilità di stabilire un contatto. E ciò non avrebbe luogo se non ci fosse la rete che fornisce a tutti uno strumento di “dialogo e socializzazione” incredibilmente potente, con tutti i pregi e difetti tipici di ogni mezzo di comunicazione.

Credo sia giunta l’ora che gli apocalittici riconoscano questo merito al web, e che gli integrati inizino a utilizzare più coscientemente i mezzi che la tecnologia mette loro a disposizione. Un venirsi incontro che forse potrebbe portare molti benefici alla qualità dell’informazione in rete.

IL CYBERSPACE : UNO SPAZIO DEMOCRATICO

Come già forse il lettore di questo mio lavoro ha intuito, l’aspetto del cyberspace che più cattura il mio interesse è la possibilità di fornire tutta una serie di strumenti per esprimere la propria identità in nome della libertà d’espressione e della democrazia offerta da questo strumento.
Anche il mio interesse per la comunità di pratica scaturisce dalla loro manifesta dipendenza da una forma di solidarietà che è sempre più difficile incontrare nella vita off-line. Questo per molte ragioni, tra le quali la più lampante è che nel cyberspace una persona può apparire più sicura di se stessa senza essere preda di tutta quella serie di pregiudizi che regnano sovrani come metodologia di giudizio nella vita “off line”: potersi nascondere dietro ad un monitor per molti è un elemento fondamentale per esprimere le proprie idee e la propria personalità. Numerosi sono i casi di persone che nella realtà avevano difficoltà interrelazionali e che invece on line sono diventate vere e proprie “celebrità”: il web può trasformarsi in una voce urlante per coloro che nella vita non hanno neanche il coraggio di bisbigliare il loro nome. Un esempio, al quale ho già accennato nel primo capitolo, è il caso Jhon Teen ∅ che andrò brevemente a esporre perché a mio avviso molto esaustivo.

UNO SPAZIO PER TUTTI: il caso Jhon Teen ∅
Come ho già detto, il fatto più interessante dal punto di vista sociologico è che la rete può essere considerata come una forma eccellente di democrazia, a volte più autentica e funzionale di quella reale. Tutto ciò che circola in rete, non è determinato da vincoli spaziali e quindi è sempre fruibile, sempre disponibile – a meno che non venga rimosso dagli archivi -; a queste comunità svincolate da spazio e tempo vi possono partecipare tutti senza distinzioni, pur appartenendo a differenti comunità.
A questo proposito mi sembra molto interessante l’esempio di Jhon Teen ∅, caso tratto da un articolo di Steve Silberman, giornalista e corrispondente di “Wired Magazine” dal titolo “We’re Teen, We’re Queer, and We’ve Got E-mail” nel quale discute dello sviluppo delle comunità gay online. La “categoria” (uso questo termine non in senso dispregiativo o classista) degli omosessuali si sa che fino a qualche anno fa era tra le più emarginate e disprezzate, vittime spesso di offese, discriminazioni e di atti di razzismo. Ma come ho già ripetuto in precedenza, il web può dar voce a tutti senza distinzioni. L’articolo parla di Jhon Erwin, un classico sedicenne “nerd”, continuamente deriso dai compagni di scuola, che in più nascondeva da sempre un segreto: era omosessuale. Ma questo piccolo adolescente grazie al potere di una connessione alla rete (il caso risale al 1993) è riuscito ad affermarsi come una delle voci più eloquenti nei forum delle community gay online d’America. La sua lotta contro il bigottismo del suo contesto sociale iniziò a crescere gradualmente quando tutti gli adolescenti che non avevano il coraggio di esporsi iniziarono ad inviargli valanghe di mail nelle quali si confidavano, chiedevano dei consigli, sfogavano le loro repressioni. La solidarietà tra questi giovani si radunò così attorno al potere offerto dalla parola, e presto il giovane si trasformò in una sorta di capolista del mondo attivista gay online grazie alla sua fitta rete di contatti. Ogni volta che postava degli articoli era paragonabile ad una persona che parla ad una folla che lo ascolta in religioso silenzio. Questi giovani provenivano dal sud degli USA, da quei territori cioè che non sono proprio famosi per la loro tolleranza per il “diverso”; molti di essi scrivevano ad esempio da strutture “di recupero” per giovani omosessuali nelle quali venivano rinchiusi dai genitori.
Con questo esempio secondo me si capisce molto bene sia il concetto di comunità di pratica, sia come il web abbia offerto quegli strumenti per fuggire anche dalle repressioni sociali: gente repressa, emarginata, ha trovato una valvola di sfogo nelle relazioni con delle persone come loro, che condividevano gli stessi problemi, le stesse paure . La rete può dar voce a coloro che nella vita reale non vengono ascoltati, e rafforza il dialogo tra la gente, elemento fondamentale per la formazione e crescita dell’uomo che troppo spesso viene represso dagli strumenti mediatici del postmoderno.
Assieme ai vincoli spaziali, come abbiamo già accennato, scompaiono anche i vincoli temporali e divengono molto più “personalizzabili” come sostiene Levy quando afferma che “gli intellettuali collettivi fanno proprio un tempo soggettivo perché la loro cronologia non si riferisce a nessuno spazio esterno, preesistente, e a nessun movimento fisico […] Il loro tempo si sviluppa, cresce, diviene”. Ovviamente c’è da fare la classica distinzione in strumenti di comunicazione sincrona e asincrona: nei primi il tempo diviene frenetico e molto più rapido rispetto ai secondi, dove la risposta non avviene mai in tempo reale (come nelle mailbox o nei messaggi lasciati nelle bacheche dei forum).
Quindi mi sento di poter dire non solo che la comunità virtuale è svincolata da spazio e tempo, ma che il soggetto umano può addirittura scandirne i tempi in quanto le stesse comunità virtuali sono presenti e esistono solo nell’istante della comunicazione (sincrona o asincrona). Certo è che non tutto è oro quel che luccica: se accettassi tutto senza indugi entrerei a far parte di quel gruppo di “entusiasti a priori” che ho criticato all’inizio del mio elaborato. Tutti i mass media possono avere le loro controindicazioni, e più lo strumento è potente, più i rischi sono grandi.
L’esempio che ho sopra riportato risulta fondamentale per comprendere come le identità possano affermarsi grazie alla sicurezza di non essere sottoposti a giudizi troppo severi. Lo spirito di comunità che si forma è molto forte, e dà ragione ancora una volta al fatto che dobbiamo puntare la nostra attenzione non sul mezzo, bensì sui contenuti e sui significati che si generano. Che sia una blogoclasse, che sia una comunità gay o un forum di appassionati di fotografia, i contenuti divengono più importanti delle fonti di provenienza.
Le comunità di pratica si basano su tre elementi: impegno reciproco, impresa comune, repertorio comune. L’impegno reciproco è dato dalla volontà di lavorare assieme con un obiettivo comune: non occorrono tessere di iscrizione o altre classiche forme di appartenenza associativa, ma ci sono veri e propri taciti consensi nel lavorare in maniera collaborativa. E di questo team spesso si conoscono solo i nomi, o a volte addirittura dei nickname. Non si conoscono volti, ma idee, conoscenze, e si sperimenta un nuovo processo di identificazione che a mio avviso valorizza un fatto spesso trascurato nella vita reale: l’attenzione ai contenuti, ai risultati di un team, e non alla forma o alla provenienza di essi.
La connessione tra i componenti della comunità di pratica è un elemento essenziale, che non è strettamente legato alla rete perché potenzialmente è sempre esistito; certo è che con l’avvento di internet è molto più semplice dar vita a tutte queste strutture collaborative perché i soggetti si sono avvicinati al di là della condivisione della stessa zona geografica. Oltre a questo impegno reciproco, l’esistenza di un repertorio comune e di un’impresa condivisa sono gli altri elementi necessari per la nascita della comunità di pratica: tutti lavorano per creare dei contenuti, per condividere esperienze, per mettere in comune le proprie conoscenze.
Tra i numerosi casi di aggregazione da me analizzati, il già citato caso di Eliott Erwin mi sembra molto interessante per due motivi: riassume tutte le caratteristiche di aggregazione più “tecniche” delle comunità di pratica strutturandosi in una rete dove le persone possono intervenire scambiandosi consigli in base alle loro esperienze personali, lavorando ad un progetto comune; inoltre è un chiaro esempio di come il web 2.0 abbia dato modo di esprimersi a persone con problemi sociali, facendo sì che la loro voce, unita ad altre, sia divenuta più forte, e sicuramente ha aiutato ad “essere” nella vita off-line ciò che prima si vergognavano di essere.
Come nasce una comunità di pratica?
Ovviamente è sempre necessario uno stimolo, un promotore. In seguito, facendosi conoscere e esprimendo le proprie mission, tale promotore finisce per identificarsi con l’obiettivo che intende raggiungere. Questi obiettivi possono essere dei più svariati, anche dei più strani e stravaganti: ci può essere il club dei collezionisti di scatole di fiammiferi, ci sono blog e gruppi di integralisti religiosi, ci sono forum dedicati al ricamo…
Questa è proprio la grandezza della rete e la sua caratteristica che più mi affascina: dà una voce a tutti e vi si trova sempre qualcuno a cui può interessare ciò che abbiamo da dire.

CONNESSIONE TRA IDENTITA’ E PRATICA

Vi è una stretta connessione tra identità e pratica: siamo ciò che decidiamo di essere e le nostre pratiche sono chiare manifestazioni della nostra identità. I nostri diversi sé li sperimentiamo attraverso le partecipazioni alle diverse comunità di pratica che possono essere anche molto diverse tra loro ed esprimere diverse caratteristiche della nostra personalità. Nella vita reale, noi manifestiamo ciò che siamo in base alle nostre scelte: scegliamo che ideali seguire, che hobbies coltivare, che siti visitare, che cosa aggiungere nella nostra barra dei preferiti sul browser per la navigazione in internet. Noi siamo ciò che manifestiamo, e le comunità di pratica ad ogni modo sono molto importanti per conoscersi e per farsi conoscere. La nostra identità è qualcosa sempre in divenire, qualcosa che non si compie mai e che è sempre in crescita: è un working progress costante
L’identità è normale che sia un qualcosa di temporale, anzi, sarebbe preoccupante non lo fosse perché significherebbe essere statici e non affrontare nuove esperienze. Siccome si sa che le nostre identità sono composte da numerosi caratteri anche molto sfaccettati e diversi tra loro, non dobbiamo pensare che l’appartenenza ad una comunità chiuda un certo individuo all’interno di quella sola comunità: questo perché ognuna dovrebbe essere aperta e fungere da collegamento ipertestuale con altre; i confini delle comunità non sono rigidi e si possono continuamente modificare. L’appartenere a più comunità contemporaneamente dà ragione alla teoria della multidimensionalità dell’uomo postmoderno di cui ho parlato al primo capitolo: il concetto di appartenenza è importante perché manifesta caratteristiche che definiscono l’identità di una persona, rendendola eterogenea, complicata e apertamente multidimensionale. Inoltre l’appartenenza a una comunità rende l’identità un qualcosa di sociale, in quanto la nostra identità acquista più valore se viene riconosciuta da qualcuno che la può conoscere ed interpretare. Partecipare alle comunità di pratica è un modo per conoscere se stessi e conoscersi, che manifesta il rapporto tra locale e globale essenziale per manifestasi e “condividersi”.

LA LIBERTA’ DI ESPRESSIONE NEL WEB

Per lo sviluppo spontaneo di queste comunità di pratica, è necessaria ovviamente l’assenza di forme di controlli e censure che in passato hanno stretto i vecchi media nella morsa del potere. Uno degli aspetti infatti che più mi affascina della rete è proprio la libertà di espressione che regala ad ogni utente: infatti si può scrivere di tutto in rete, diffonderlo, sfuggendo a tutti i controlli che prima vigevano, ad esempio, sulla carta stampata. Basta pensare a casi come Luttazzi, la Dandini, Santoro…tutti personaggi che sono stati “invitati” a uscire dalle scene televisive perché hanno usato atteggiamenti offensivi nei confronti delle persone sbagliate. E invece penso a Beppe Grillo, curatore di uno dei blog in assoluto più visitati del web, nel quale scrive ed esprime ogni sua opinione senza curarsi troppo delle forme di censura che ancora vigilano sugli old media.
Esprimere se stessi è ciò di più importante che abbiamo, e ho voluto riportare il caso di Jhon Erwin proprio per dimostrarlo.
Nel prossimo paragrafo parlerò di alcuni strumenti che il web 2.0 ha messo a disposizione dell’uomo per far sentire la propria voce, ma è mio desiderio prima riportare un documento edito da J.Perry Barlow , che ho trovato in rete e che perfettamente esprime questo desiderio di libertà di pensiero e parola che deve esserci nel web.

“A Declaration of the Indipendence of Cyberspace”
IL DOCUMENTO
Nella Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspace (titolo originale “A Declaration of the Indipendence of Cyberspace”) Barlow esprime i propri concetti alla maniera di un vero e proprio manifesto. Interessante notare come ancora oggi, a quasi tre lustri dalla data di stesura, le tematiche risultino attuali e, in parte, irrisolte. Affronta molte questioni, ma la principale è quella della libera circolazione del pensiero: Barlow vede la rete come un qualcosa che sfugge (e che deve continuare a sfuggire) al controllo governativo, come un flusso di pensieri sempre in movimento che si muove su un canale non-fisico, infinitamente sviluppabile e al quale tutti possono partecipare e contribuire. Ma prima di analizzarla un po’ più a fondo, riporto quelle a mio avviso le porzioni più significative del lungo testo (tradotto) della Dichiarazione, documento scritto l’8 Febbraio del 1996 in occasione di una protesta di una legge proposta dal Governo americano per la riforma del sistema delle telecomunicazioni.

Governi del mondo industrializzato, voi decadenti giganti di cemento e di acciaio, Noi proveniamo dal Cyberspace, la nuova casa della Mente. Nell’interesse del Futuro, noi vi chiediamo, uomini del passato, di lasciarci da soli. Voi non siete benvenuti tra noi. Voi non avete alcuna sovranità dove noi ci incontriamo.
Noi non abbiamo eletto un governo e nemmeno desideriamo farlo, per cui noi vi attribuiamo un’autorità non più grande della stessa libertà di espressione […]
I governi derivano il loro potere dal consenso dei governati. […] Il Ciberspazio non ricade dentro i vostri confini giurisdizionali. Non pensiate nemmeno di poterli edificare, come se si trattasse di una cosa pubblica. Voi non potete. Poiché esso è un processo naturale e cresce spontaneamente attraverso le nostre collettive azioni.
[…] Voi non conoscete la nostra cultura, la nostra etica, né il nostro codice non scritto di comportamento che da alla nostra società molto più ordine di quanto possiate provvedere voi attraverso le vostre imposizioni. […] Noi stiamo realizzando il nostro Contratto Sociale. Questa nostra forma di governo nascerà secondo le caratteristiche del nostro mondo e non del vostro. Perché il nostro mondo è diverso.
Il Cyberspace è un luogo fatto di transazioni, relazioni e di puro pensiero che si staglia come un’enorme onda nel mare della comunicazione. La nostra è una realtà che va oltre il mondo dei nostri corpi, un mondo, appunto, che si trova ovunque e allo stesso tempo da nessuna parte.
Noi stiamo creando un mondo dove tutti posso accedere senza privilegi o pregiudizi indotti dalla razza, dal potere economico e militare o dal luogo di nascita. Noi stiamo cercando di creare un mondo dove chiunque e ovunque possa esprimere la propria opinione, non importa quanto personale, senza paura che questa non sia ascoltata o costretta a conformarsi.[…] Qui nulla è materiale.
Le nostre persone non hanno un corpo, sicché, a differenza di voi, noi non possiamo stabilire l’ordine attraverso la coercizione fisica. […] Negli Stati Uniti, voi avete oggi creato una legge, la riforma del sistema delle telecomunicazioni, che ripudia la vostra stessa costituzione ed insulta il sogno di uomini come Jefferson, Washington, Mill, Madison, DeToqueville, and Brandeis. Questi sogni devono adesso tornare a realizzarsi con noi.
Siete terrorizzati dai vostri stessi figli che vivono in un mondo, il Cyberspace, che conoscete appena e affidate alla burocrazia la vostra responsabilità di genitori perché troppo codardi per confrontarvi direttamente con loro.
Nel nostro mondo tutti i sentimenti e le umane espressioni, dalle più basse a quelle più elevate, costituiscono un tutt’unico all’interno della comunicazione globale attuata attraverso bit. Non possiamo separare l’aria sporca che respiriamo da quella che sostiene gli angeli in cielo.
In Cina, Germania, Francia, Russia, Singapore, Italia e negli Stati Uniti, voi state cercando di tenere lontano il virus della libertà erigendo posti di vigilanza lungo le frontiere del Cyberspace.
[…] Nel nostro mondo, qualunque creazione della mente umana può essere riprodotta e distribuita all’infinito senza alcun costo. La diffusione del pensiero non ha più bisogno delle vostre industrie per essere compiuta.
[…] Dobbiamo dichiarare la nostra indipendenza dalla vostra sovranità che non si estende alle nostre vite “virtuali”, benché i nostri corpi continueranno a sottostare alle vostre leggi materiali. Noi ci moltiplicheremo su tutto il Pianeta in modo che nessuno potrà così arrestare i nostri pensieri.
Fonderemo nel ciberspazio una nuova civiltà della Mente. Che questa possa essere più umana e tollerante del mondo che i vostri governi hanno eretto.

GLI ARGOMENTI PRINCIPALI DI BARLOW
Con questo documento Parry Barlow si impegna nell’accusa ai Governi del Mondo, ormai invecchiati poiché non rientrano nella nuova realtà sociale e comunitaria, vale a dire il Cyberspazio. Questo “luogo”, che si sviluppa a ragnatela permettendo ogni tipo di comunicazione abolendo le distanze spazio/tempo alle quali l’uomo è sottoposto per Natura, deve essere libero e incondizionato. I Governi vorrebbero opporre resistenza a un fenomeno ormai inarrestabile, il cui funzionamento è oramai svincolato da ogni ostacolo pratico.
Uno degli argomenti di maggior interesse della dichiarazione è proprio la presa di coscienza del fatto che la rete sviluppa un nuovo tipo di socialità e unione, che forma cioè nuove comunità “digitali” o “virtuali” che hanno un potere di coinvolgimento forse maggiore di quelle tradizionali legate, da sempre, a vincoli spazio-temporali. Queste nuove comunità possono avere delle proprie regole, gerarchiche, possono essere aperte o chiuse, accogliere tutti indistintamente o solamente particolari categorie di utenti. Pur avendo delle regole e dei codici di condotta, non hanno regolamentazioni come i governi tradizionali, e nonostante ciò risultano essere di più “disciplinate”. Inoltre Barlow ci presenta il cyberspazio come un mondo parallelo ma da considerarsi anch’esso “reale” (pur viaggiando su canali completamente virtuali). I loro abitanti puntano alla realizzazione di un contratto sociale che scandirà il paradigma di questo nuovo tipo di società e una nuova civiltà della mente. Il cyber è un mondo che va oltre ai nostri corpi e che si trova “ovunque e allo stesso tempo da nessuna parte”, c’è contatto solo al momento in cui si stabilisce una connessione (qui si ricollega alle più attuali definizioni di “non luogo”). Il topic più importante per Barlow (su cui insiste più volte) è la libertà di espressione, che riprende in un punto precisando che nel ciberspazio essa è svincolata da razze, etnie, leggi o privilegi perché questo mondo virtuale è caratterizzato dall’uguaglianza e dalla parità di tutti i suoi membri.
Critica inoltre il copyright, considerandolo come una forma di repressione del pensiero che dovrebbe circolare libero e svincolato da ogni forma di controllo; inoltre precisa che nel mondo reale le idee sono ridotte a prodotto dall’industria culturale, mentre nel cyberspace le idee e le visioni della mente umana possono essere riprodotte all’infinito e senza alcun costo. Solo così si avrà una reale circolazione libera del pensiero che contribuirà alla formazione di quella che Levy definisce “l’intelligenza collettiva”. La nuova civiltà composta dagli abitanti del cyberspace sarà più umana di quella creata dai governi e dalle loro leggi, e sarà formata da cittadini sottoposti solo fisicamente alle leggi del proprio ambiente sociale e uniti mentalmente in questa nuova grande forma di comunità libera, indipendente e “collettivamente pensante” (ma mai uniformante, almeno sulla carta).
Tutto l’insieme di espressioni, pensieri, sentimenti ed emozioni formano un unico grande “fluido” avvolgente che rende tutto chiaro mentalmente ma indistinguibile fisicamente: formano appunto parte del cyberspace.
Non ci scordiamo che comunque l’uomo è mutevole e capace di manipolare ogni mezzo che gli viene messo a disposizione; ed è proprio questa caratteristica innata nella Natura umana che rende questa dichiarazione di Barlow utopica ed in parte irrealizzabile. Anche perché spesso quei governi che lui critica di fatto riescono a utilizzare i mezzi apparentemente liberi per controllare l’uomo e indirizzarlo nelle proprie scelte: una dimostrazione lampante di ciò è la costante presenza della pubblicità in rete, in qualsiasi tipo di blog o servizio online. Questa è la chiara dimostrazione che l’industria – e non solo quella culturale – è entrata anch’essa in questo mondo parallelo per ottenere profitti. In un articolo che ho letto sul settimanale “Carta” ho trovato un’interessante considerazione su Facebook: in poche parole il giornalista vedeva in questo social network (di cui avrò modo di parlare in seguito in maniera approfondita) uno strumento di controllo del potere capitalistico in quanto fornisce informazioni sull’utenza (ovviamente a pagamento) utili per ogni sorta di indagine di mercato. Una persona registra un proprio profilo, v’inserisce centinaia di informazioni inerenti la propria istruzione, interessi, le letture, gusti musicali … e inconsciamente entra a far parte di un’enorme brodaglia di dati che vengono venduti. Questo è solo una delle condizioni che vengono ignorate ma automaticamente accettate da tutti gli utenti iscritti al network. Anche se forse un po’ estremista, la tesi del giornalista non è per niente “campata in aria”, visto che quella della pubblicità è una delle poche entrate concesse al cyberspazio da parte del potere industriale ed economico. Quindi, detto questo, è possibile parlare di autentica libertà nel cyberspazio? Forse a volte il compromesso accettato sia troppo pesante per meritare la definizione di “spazio totalmente libero”.

VERSO LE RETI SOCIALI ON LINE: IL FONDAMENTALE CONTRIBUTO DEL WEB 2.0

Prima di affrontare l’argomento è fondamentale dare una definizione al concetto. Ho cercato molte definizioni di Web 2.0, e tutte danno molta importanza all’aspetto collaborativo degli utenti che sembra essere il denominatore comune di ogni interpretazione: infatti sono proprio le loro azioni collaborative a dar vita a questo nuovo strumento la cui nomenclatura stessa (2.0) sembra suggerire la natura completamente differente dal precedente World Wide Web. Web 2.0 è condivisione di informazioni, conoscenze, opinioni, giudizi, esperienze…attraverso tutta una serie di nuovi strumenti, i più importanti dei quali sono i blog e i social network. Questa locuzione indica uno stato di evoluzione di internet rispetto alla versione precedente: è un nuovo strumento composto da milioni di piccoli contributi di persone che hanno dato vita ad una vera e propria rivoluzione del web. La parola chiave è condivisione: ed è proprio per questo motivo che più volte mi collego al concetto di “comunità di pratica”: in questo tipo di aggregazione, la condivisione acquista un livello di prestigio superiore perché può essere finalizzata ad un qualcosa di comune che arricchisca le proprie conoscenze, le proprie competenze in un dato settore.
Tutti contribuiscono ad arricchire questo mondo: basta registrare un video e metterlo su Youtube, oppure scrivere un commento a un blog, oppure inviare ad un contatto il proprio podcast… tutte azioni semplici che rendono gli utenti inconsapevoli costruttori di un nuovo mondo. E’ incredibile pensare alla grande esplosione di creatività che oggigiorno è resa visibile e disponibile grazie ai molti strumenti in rete (di questo argomento mi occuperò nello specifico nell’ultimo capitolo dove riporto l’esperienza personale vissuta durante lo svolgimento del tirocinio). Come ho più volte precisato, non tutto deve essere mitizzato: infatti il web convoglia su di sé non solo l’intelligenze e le creatività delle masse, ma anche la loro stupidità. Ho avuto modo di misurarmi personalmente con questa “stupidità galoppante” essendo fruitore abituale di Youtube. Per chi non lo sapesse, in questo sito è possibile postare dei commenti ai propri video e a quelli di altri utenti iscritti. Mi sono reso conto di quanto le persone siano prima di tutto ignoranti, scrivendo addirittura “in dialetto” offese e minacce nei miei confronti solo per aver pubblicato un video dove prendevo in giro coloro che apportano modifiche ai motorini; inoltre è impensabile l’odio, la rabbia e la repressione sociale che la gente può riversare su un sito di social network. Questo mi ha condotto a pensare queste reazioni come una forma di repressione del diritto di espressione e parola, una forma ovviamente indiretta, che viene dal basso e non dall’alto: il confronto verbale è ben altro dall’offendere in modo insensato (e peraltro in modo ortograficamente scorretto!).
Il web 2.0 quindi potrebbe essere considerata una piattaforma nella quale abbiamo la possibilità di sviluppare un’attitudine alla collaborazione e condivisione di contenuti, possibilità che ci viene concessa da sistemi software appositamente creati per supportare queste forme di interazioni in rete.
Dalle analisi degli atti della prima conferenza sul web 2.0, tenuta e promossa nel 2004 dalla O’Reilly Media (casa editrice americana fondata da Tim O’Reilly che pubblica libri e siti che discutono di Informatica, caratterizzata dalla presenza della figura di un animale sulla copertina di ogni pubblicazione), si segna l’evoluzione del World Wide Web da una serie collegata di siti statici a un ambiente globale nel quale applicazioni multimediali, software online, connessioni a banda larga…contribuiscono alla formazione di interazioni più strette tra gli utenti. Per introdurre anche l’argomento delle reti sociali nel web, mi preme riportare un documento che ho trovato durante le mie ricerche, ottenuto dalle analisi di alcune dichiarazioni di Tim O’Reilly e Jhon Battelle raccolte durante la suddetta conferenza.
IL DECALOGO DEL WEB 2.0 (versione beta)

Il web è una piattaforma. Si hanno molti software disponibili in rete disponibili che prima dovevano essere installati sul proprio computer, e molti di questi servizi che sono accessibili solo mediante il web.
Il web è funzionalità. Ogni sito web non è più un semplice contenitore di informazioni, ma una vera e propria fonte di contenuti e servizi.
Il web è semplice. Tutto deve essere user friendly, le interfacce devono essere immediate nella loro comprensione e interattive. La facilità di utilizzo dona a tutti la possibilità di utilizzare questi mezzi che prima erano riservati solo a una piccola cerchia di competenti e programmatori.
Il web è sociale. Questo è forse uno degli aspetti più importanti, perché le persone che compongono il web spostano sempre più contenuti della vita fisica a quella nel cyberspace.
Il web è flusso. Gli utenti sono co-sviluppatri di software, che vivono in una condizione di beta-perenne che sancisce il decadimento dell’adozione del software classico.
Il web è flessibile. E’ continuamente modificabile, e la sua struttura reticolare flette continuamente allargandosi, restringendosi, a seconda delle connessioni che vi vengono stabilite.
Il web è mixabile. I codici per la modifica delle applicazioni web sono diffusi su larga scala e permettono a coloro che ne hanno le competenze di mixare le loro funzionalità tra loro.
Il web è partecipativo. Gli utenti aggiungono valore all’applicazione mentre la usano, abbattendo spesso le barriere gerarchiche presenti invece nella vita off-line.
Il web è nelle nostre mani. Tutti i contenuti sono facilmente raggiungibili perché aumenta la possibilità di organizzare i contenuti (anche mediante il deep linking)

CENNO ALLA COMPLESSITA’ DELLE RETI

Il web, soprattutto col passaggio da web definito “statico” al web 2.0, ha assunto tutti i connotati tipici di un sistema che possiamo definire “complesso”. Gli elementi di un siddetto sistema possono agire in maniera autonoma, ma acquistano forza e funzionalità in nome delle relazioni che instaurano tra loro: inutile risulterebbe quindi considerare queste singole parti isolate dal loro contesto. Ogni parte è necessaria ma non sempre indispensabile, perché una connessione può avvenire sempre mediante altre vie alternative alle più rapide ed economiche. Risultano inutili quindi generalizzazioni o descrizioni lineari dei fatti: riprendendo la filosofia della Gestalt, secondo la quale il tutto è diverso dalla somma delle singole parti, anche la rete è impossibile definirla utilizzando un numero limitato di parametri.
Il web 2.0 connota la dimensione sociale della condivisione e dell’autorialità rispetto alla mera fruizione: cambiano non solo i mezzi e i contenuti, ma anche il ruolo dell’utenza reso centrale anche dalla maggior facilità di utilizzo dei nuovi strumenti coi quali creare, eliminare o modificare dati on line. Grazie ai social network, ai blog, alla possibilità di costruirsi siti personali e di condividere file… È diventato come un enorme organismo che vive di vita propria perché il potere è passato nelle mani delle persone e delle reti sociali che tali strumenti attivano.
È divenuto disponibile a tutti e proprio per questa ragione mi piace definire il web come “democratico”: non occorrono particolari competenze informatiche per lasciare la propria impronta nel web, e ha reso il cyberspace uno spazio di (e per) tutti.

GLI STRUMENTI DEL WEB 2.0

IL SOCIAL NETWORK E LA TEORIA DEI SEI GRADI DI SEPARAZIONE

È opportuno a questo punto fare una distinzione tra comunità di pratica e social network, uno degli strumenti più presenti in rete e che ha avuto un vero e proprio exploit dall’avvento del web 2.0; ed è proprio all’interno di queste “reti sociali on line” che oggi le identità si esprimono e si muovono nel cyberspace.
Ma da dove partire per analizzare un fenomeno di tale portata?
La chiave per interpretare la storia e il successo delle reti sociali è la teoria dei sei gradi di separazione, ipotesi secondo la quale qualunque persona può essere collegata a qualunque altra persona attraverso una rete di conoscenze che non supera i cinque intermediari: è possibile quindi essere connessi indirettamente ad esempio con Obama, col Papa, o con un famoso attore solo mediante una “catena” di cinque persone.
Un social network è uno strumento che abilita, stabilisce e facilita delle relazioni. Si distingue dalla comunità di pratica perché il motivo aggregante, almeno in un primo momento, non è il conseguimento di un obiettivo o interesse comune bensì lo stabilire semplicemente un contatto, una relazione, guidati da un desiderio di svago o curiosità. Ci sono molti social network attivi in questi tempi, primi fra tutti Facebook e Myspace (di cui parlerò dopo). La libertà di essere ciò che si vuole essere costituisce forse la ragione fondamentale del successo di queste reti sociali: senza costrizioni si ha la facoltà di raccontare il vero o il falso a propria discrezione. Ciò coinvolge anche il concetto stesso di identità in quanto oggigiorno il web è divenuto uno strumento essenziale non solo per la condivisione di obiettivi e conoscenze, ma anche per lo svago, per il tempo libero e per comunicare con il prossimo. Credo che la maggioranza delle persone che sta connessa non trasmette significati o contenuti particolarmente elevati, ma usa internet semplicemente per comunicare, comunicarsi, e fare nuove conoscenze (o rafforzarne alcune già esistenti che per vari motivi, non possono essere coltivate assiduamente nella vita reale).
Il social network può però rappresentare anche una porta, un’ entrata, un modo di reclutare persone che desiderano condividere argomenti, che ad esempio potrebbero poi trasformarsi in forme collaborative nelle comunità di pratica.

SECOND LIFE: TRA VIDEOGIOCO E SOCIAL NETWORK

Secon Life è un ambiente on line che sta a metà tra videogioco, MUD e social network, che secondo molti studiosi avrebbe dovuto dominare tutto il web poco dopo la sua uscita…ma si sa, nel web le cose sono imprevedibili, e possono cambiare rotta anche molto velocemente.
Il merito a mio avviso più grande da attribuire a Second Life è l’aver dato una forma grafica al cyberspace: è stato il primo strumento a modellare una città attorno a tutte le sequenze di bit che compongono le nostre identità in rete. Nato nel 2003 in America, il sistema Second Life offre ai propri “residenti” la possibilità di interagire – e modificare – un mondo virtuale, nel quale si possono incontrare altri utenti provenienti da ogni parte del globo. Molti sono i fattori che a prima vista possono risultare preoccupanti in questa sorta di videogame on line, ma che se analizzati meglio costituiscono proprio il suo punto di forza.
Primo fra tutti è la possibilità di creare un vero e proprio alter ego visualizzabile con fattezze umane: le identità che in altri social network si manifestano o mediante foto-video o per mezzo dei testi (pensiamo anche ad ambienti prettamente testuali come i MUD) prendono la forma che l’utente stabilisce al momento dell’iscrizione. Dietro la possibilità di scegliere la fisionomia del proprio sé, c’è qualcosa di ben più profondo in quanto si ha l’opportunità di scegliere il sesso, cercando nella rete un modo per esprimere non solo la propria identità, ma quello che le persone vorrebbero essere e che reprimono nella vita reale .
Un’altra prerogativa è che in questo strano videogioco non si deve raggiungere un fine comune, un obiettivo, non ci sono vincitori né vinti, né schemi da superare. Interagiamo semplicemente in un mondo virtuale compiendo tutte le azioni che si compiono ogni giorno all’interno delle nostre città: si può passeggiare, si possono acquistare articoli nei vari negozi, si possono comprare o costruire case… E questo ha catturato anche l’interesse di progetti di e-learning che aveva addirittura ipotizzato l’utilizzo di questa tecnologia per costruire delle scuole virtuali finalizzate all’apprendimento delle lingue straniere; penso però che un progetto del genere non sarebbe potuto funzionare perché le persone che si ritrovano su Second Life non hanno finalità di apprendimento, ma lo considerano un ambiente si svago, di fuga dal reale, dove la gente più volentieri pensa ad acquistare vestiti in negozi di lusso virtuali (soprattutto coloro che non se lo possono permettere nella realtà).
E’ stato comunque un progetto che ha coinvolto moltissimi settori, anche quello degli investitori delle grandi firme (Mercedes, Armani…) che avevano pensato di trarre guadagni reali da strumenti virtuali! Ho sentito addirittura parlare di studi di architettura incaricati di progettare palazzi per questo mondo pseudo reale.
Quello dell’e-commerce è un’altra prerogativa di questo ambiente: le persone e le aziende hanno la possibilità di vendere i propri prodotti ad altri residenti e trarne profitto utilizzando il Linden Dollar, la moneta ufficiale di SL. Infatti scaricare il software e essere utente base non costa niente, ma se si vogliono acquisire crediti per fare spese di ogni natura, o per comprare ad esempio una casa, dobbiamo acquistare crediti mediante carta di credito direttamente dal sito .
Questo strumento può essere considerato a tutti gli effetti un social network 3d, mediato da immagini, dove gli avatar sono vere e proprie proiezioni virtuali degli utenti, e interagiscono tra loro stabilendo relazioni.
Alla fine del 2007 gli utenti iscritti arrivavano a 10 milioni (compresi però quelli come me che, solo per curiosità, si sono iscritti ma che non frequentano la “seconda vita” assiduamente). Come in ogni contesto reale, le pulsioni appartenenti per natura all’uomo comandano su tutto, e anche qui si ritrovano tutte le loro manifestazioni: così sono molte le persone che utilizzano il programma per avere incontri erotici e sessuali, fatto da tempo presente anche nei comuni social network o nei MUD. Non scordiamoci inoltre che ci sono dei social network, o dei MUD, palesemente dedicati ad incontri di questo genere; e aggiungo che il fatto mi appare come del tutto normale e non preoccupante perché ripeto, è manifestazione di tutte quelle esigenze che appartengono prettamente all’essere uomo. Questa è la chiara manifestazione che l’uomo può sì “mixarsi” molto bene con la macchina e con la tecnologia in generale, ma che nelle sue vene scorre sempre sangue che lo portano a seguire le loro paure, le loro pulsioni, i loro desideri e le loro perversioni.. Questi siti danno materiale di critica ai più apocalittici; paradossalmente io sono felice della loro esistenza perché ci ricordano che l’uomo è “umano” anche se si nasconde dietro un monitor, e che sente le stesse esigenze dei suoi più lontani antenati! Il fatto che le esprima in maniera differente o che usi mezzi ben più evoluti non può essere, a mio avviso, elemento sufficiente per criticarlo.
In Italia, dopo un iniziale entusiasmo tipico di questi nuovi mezzi, si è registrato un notevole calo d’interesse e non se ne parla più molto neanche in ambiente universitario: leggendo delle statistiche mi meraviglio nell’osservare che il 61% degli utenti proviene dall’Europa, e solo il 19% dagli USA. Dal 2007 però, considerato il minor afflusso di nuovi iscritti e il calo degli investimenti, molte imprese che avevano investito in Second Life lo stanno abbandonando, e la rivista Time lo ha addirittura collocato tra i cinque siti peggiori al mondo.
Secondo me comunque merita molta attenzione proprio perché manifesta una chiara esigenza sociologica che può risultare anche molto preoccupante: la necessità di proiettarsi in rete con un’identità parallela, fittizia, costruita, mascherata e modificata, eliminando tutti gli elementi di insoddisfazione che possono opprimere il soggetto nella vita reale.
Anche questo ha fatto presa sul desiderio di evasione dell’uomo post-moderno: anche il nome stesso, “seconda vita”, sembra promettere una seconda occasione a coloro che non si sentono realizzati delle loro vite reali e che desiderano sempre una seconda scelta.
Una delle funzionalità più interessanti a mio avviso è la possibilità di poter far volare i propri avatar: non sottovalutiamo che quello di volare è uno dei desideri più frequenti nelle persone, uno dei sogni irrealizzabili, e un chiaro segnale di libertà, di evasione: è come uno slogan che recita : “chi si iscrive può far tutto ciò che fa nella vita reale e anche di più”. Tutto è espressione della post-modernità, anche l’ambientazione: la città stessa è la manifestazione tipica del furore del progresso, del caos, della frenesia. Nessuno mai avrebbe pensato di ambientare il videogioco ad esempio nel deserto, o in un paesino di montagna: la metropoli offre di tutto, è il luogo di incontro la nuova piazza dei nostri tempi, affascina e può accogliere ogni tipo di personalità.

CRITICHE A SECOND LIFE
Il fatto della perfetta riproduzione della realtà esprime secondo me una contraddizione sociologica di fondo. Questo ambiente virtuale ha la forza di, a differenza di altri giochi online o MUD, riprodurre la vita reale in tutto e per tutto. Ma se l’utente vuole evadere dal reale, che motivo ha di accedere nel cyberspace in uno spazio che lo riproduce in tutto? Forse un elemento che è sfuggito ai programmatori è che, dal momento in cui una persona accede a Second Life, vuole qualcosa di diverso da ciò che può trovare nel mondo reale. Ad esempio, se decido di partecipare a una conferenza, certamente preferisco recarmi di persona perché sarà sicuramente più appagante; e se i limiti spazio-temporali me lo impediscono, ricorro ai numerosi mezzi alternativi e ben più efficaci, ad esempio le videoconferenze tramite Skype. Forse questo gioco deve essere considerato proprio come tale, un videogioco online, in cui si ritrovano anche alcuni elementi del social network e che rappresentano l’unico vero valore aggiunto rispetto ad altre piattaforme online. Comunque quello che dobbiamo rendere atto a Second Life è il fatto di aver fatto parlare molto di sé, tanto che una grande quantità di sociologi ha analizzato il comportamento delle persone che coi loro avatar interagiscono ed esprimono identità veritiere o fittizie. Tutto viene inserito all’interno del circuito delle manifestazioni dell’uomo postmoderno, quindi tutto vale la pena essere studiato e analizzato.
I social network (che possono poi in un secondo momento trasformarsi o confluire in comunità di pratica), uniti a questi “metamondi” virtuali, sono a mio avviso le manifestazioni più lampanti di come l’identità posso spalmarsi nel cyberspace. Uso il verbo “spalmare” proprio perché un singolo soggetto può liberamente muoversi all’interno di più ambienti virtuali, magari in ognuno ricoprire un certo ruolo, manifestare certi sentimenti. Può partecipare a forum, avere un blog personale e intervenire in conferenze su Secon Life, lasciare commenti a fotografie caricate su Facebook o essere curatore di un particolare forum. Come ho già detto pocanzi però, questo non è il primo esempio di “mondo virtuale”, e non è certo la prima manifestazione di aggregazione nel cyberspace. I primi infatti, secondo anche la Turkle, sono i MUD , la cui particolarità è di essere prettamente testuali, e tutto avviene mediante lo scambio di stringhe di testo secondo codici e norme prestabilite per esprimere anche emozioni e stati d’animo.
Anche se pieno di vuoti tecnologici e concettuali, dobbiamo riconoscere molti meriti a Second Life, primo fra tutti il rappresentare un’evoluta piattaforma di condivisione online: ha rappresentato un grande passo avanti, e fra molti anni guarderemo alla transizione da esso provocata come un fenomeno degno di nota nei libri di sociologia. Il soggetto si proietta on line con una veste grafica, con il sesso che decide, e segue uno stile di vita anche molto differente, addirittura opposto, da quello reale. Chiudendo in parte l’argomento, riporto il caso di una persona che ascoltai durante una conferenza proprio su questi argomenti. Anche Second Life è condannato e considerato come un qualcosa di pericoloso, che chiude e costringe il soggetto in casa davanti ad un monitor e lo estranea dalla vita reale. Il relatore della conferenza era una persona con notevoli difficoltà di movimento dovute ad una malattia che lo costringeva su una sedia a rotelle; lui non si vergognava a dire che il suo alter ego on line rappresentava la proiezione di colui che vorrebbe essere nella vita, vale a dire una persona capace di camminare, di relazionarsi normalmente col prossimo, estraneo a giudizi e pregiudizi degli altri. E questo non tanto perché non accettasse la sua condizione, ma perché “vivere in rete” lo faceva sentire più libero, addirittura gli attribuiva la facoltà di poter volare sopra i grattacieli della sua seconda città! Personalmente trovo insensato condannare qualcosa che serve a far sorridere qualcuno, a regalare un momento di gioia, soprattutto dal momento che non è dannosa né per sé né tantomeno per gli altri. Ben venga la rete come fuga dalla realtà se può avere risvolti “terapeutici” e far sentire meglio le persone!

UN ALTRO STRUMENTO PER ESPRIMERE SE STESSI: IL BLOG, STRUMENTO DI LIBERTA’ DI PAROLA

Questo strumento ha attirato l’attenzione di molti studiosi, e può essere considerata a tutti gli effetti, una forma di giornalismo “dal basso”: alcune persone si sono costruite dei personaggi anche molto noti, che hanno invaso il web e acquistato una notorietà incredibile. L’elemento che forse ha favorito l’espansione del fenomeno è l’assenza di controllo da parte delle autorità, che abitualmente controllano in varie forme gli altri media più tradizionali: come ho già ricordato in precedenza, non sono nuovi casi in cui giornalisti hanno dovuto abbandonare i set dei programmi da loro condotti perché giudicati “scomodi” o per aver detto qualcosa di contrario alla linea politica del governo. La censura, diretta o indiretta, di fatto esiste, e questo valorizza ancor di più spazi in cui si è liberi di dire ciò che si pensa come nei blog (vista anche la difficoltà che si può riscontrare nel controllare questi mezzi). La libertà di parola, come si nota molto bene nel documento di Barlow di cui ho già parlato, risulta essere una delle prerogative principali del cyberspace. L’aspetto più affascinante è l’incapacità di cancellare completamente un documento dal web: supponiamo che io scriva sul mio blog un documento “scomodo”, e che sia esortato alla sua cancellazione. Lo cancello, ma prima che intervenisse questa forma di censura sicuramente il documento sarà stato condiviso con altri utenti della rete e ripubblicato altrove. La rete è indipendente dai tentavi di controllo, e nessun sistema può oscurare completamente del materiale messo in rete, messo in questo mare di dati che continuamente si muove e si modifica.
Tra i mezzi di espressione che si ritrovano in rete, il blog è tra quelli che hanno trovato una struttura talmente funzionale e articolata che è difficile prevederne altri ulteriori sviluppi. La forza del blog è la sua ampia visibilità: infatti, ogni volta che si pubblica un post è possibile condividere il suo contenuto ad esempio su social network o su altre pagine web, in nome della crescente “inglobazione” tipica di questi nuovi strumenti.
Più del blog, ciò che maggiormente cattura la mia attenzione per la mia tesi è il social network perché lo vedo come un fenomeno molto più diffuso, generalmente divertente, più semplice da usare e finalizzato alla socializzazione più che all’espressione delle proprie idee. Con questo non è mia intenzione svalutare i ruolo dei blog che, ripeto, stanno prendendo sempre più campo: basta pensare ad esempio alla loro utilità nella diffusione di materiale anche didattico, tant’è vero che alcuni professori lo utilizzano con molto entusiasmo come strumento per i corsi da loro presidiati.
Ciò che assegna al blog un po’ più di levatura rispetto al social network è che spesso sono espressione di comunità di pratica in quanto più persone possono leggerne i contenuti, condividerli e discutere gli argomenti che vi trovano. Ad esempio Flickr è un “foto blog” molto utile per chi come me s’interessa di fotografia ma che, non avendo ancora un’attività stabile avviata, non si può permettere un sito internet: così in cambio di poco più di 20 euro annui, mette a disposizione un account “pro” che fornisce spazio illimitato per l’upload delle immagini, la possibilità di caricarci video e un numero di cartelle illimitato nelle quali organizzare le proprie foto. Ogni foto inoltre può essere catalogata con dei tag che ne permettono la rapida ricerca mediante parole chiave. Inoltre viene messo a disposizione anche un blog testuale nel quale la gente affronta discussioni inerenti nuove tecnologie fotografiche, di ripresa video, o può mettere recensioni su nuove attrezzature. Volendo Flickr quindi può costituire una vera e propria community raccolta attorno ad argomenti fotografici. Il social network invece ha una tendenza un po’ diversa: se penso ad esempio a Facebook, mi viene spontaneo considerarlo una sorta di elenco telefonico globale nel quale, attraverso le indicizzazioni dei motori di ricerca, qualunque persona può accedere a informazioni personali dei propri contatti. Sinceramente io non ho niente da nascondere al mondo e quindi non mi crea problemi questo “upload” di una porzione della mia vita, ma capisco il senso di disagio che può provare una persona, soprattutto se ricopre cariche pubbliche o amministrative di rilevante importanza. Un social network non è una web community, non è cioè un insieme di individui, ma un insieme di relazioni tra individui. Il fatto che non rende questi ambienti definibili come comunità di pratica è proprio l’assenza di obiettivi comuni ben definiti. Diciamo però che un social network può essere un modo per reclutare persone interessate a partecipare a tali comunità: ricordiamo infatti che anche su FB è prevista la funzionalità di condividere la partecipazione ad eventi e cause sociali con altri utenti. Essendo un mezzo molto esteso raccoglie il buono e il cattivo delle persone proprio per la sua apertura.
Ancora una volta diviene quindi fondamentale la selezione usando queste tecnologie, in qualunque settore ci si stia muovendo.
Se ci chiediamo le ragioni del successo dei social network probabilmente la più consona è quella che offrono la possibilità di connettersi in ogni momento, e questo dona molta fiducia di non-estraneamento all’uomo di oggi. In quest’epoca, come ho già avuto modo di accennare in precedenza, si cerca spesso più la quantità e non la qualità, quindi non basta solo una presenza in rete, ma si vuole essere presenti su più canali possibili. E con uno strumento come MySpace ad esempio, è stato possibile fin da subito: costo zero, buona capacità di personalizzazione (anche se un po’ macchinosa) e grande disponibilità di condivisione di materiale. Una persona può tramite questi strumenti trovare risposte molto più veloci ai propri dubbi, o consigli molto più disponibili. È anche vero che la volontà principale di coloro che utilizzano MySpace è di mostrarsi al mondo, di lasciare un’impronta sul web e di farsi conoscere per le proprie attività. La propria presenza on line non ha valore se non la si condivide con altri contatti: affinché un’identità sia affermata deve stabilire contatti, interagire con altre identità in rete dietro le quali si nascondono personalità più o meno rispondenti a quelle che tendono a manifestarsi on line.
Ci sono molte prove del successo di questi medium, come ad esempio il successo del cantante Mika, che è stato scoperto proprio grazie a MySpace pochi anni fa, e che è stato lanciato in maniera rapidissima nell’industria discografica posizionandosi ai primi posti delle classifiche. E’ un dato di fatto: questi mezzi devono essere conosciuti da chi oggi vuol affermarsi soprattutto in campo artistico, dove i contributi sono molti e c’è bisogno più che mai di distinguersi.

IL POTERE DELLA CONDIVISIONE

Condividere con altri utenti il proprio lavoro: è questo l’elemento che secondo me attribuisce il senso maggiore ad un social network. Non è sufficiente secondo me creare una rete di relazioni con persone da tutto il mondo se non le si utilizzano per “espandere” la propria identità nel web. Se penso a quanto doveva essere complicato prima dell’avvento di questi strumenti farsi conoscere, e quante fatiche in più doveva affrontare una persona che desiderava mostrare, ad esempio, le proprie opere (e quanti soldi doveva investire per poi non essere neanche sicuro dei risultati).
Non è certo una cosa da trascurare, e non posso rimanervi certo indifferente: spesso vengo confuso per un euforico, ma mi affascina l’idea che da qualunque parte del mondo e in ogni momento, qualcuno possa guardare le mie foto, apprezzarle, criticarle, scrivermi un commento, chiedermi di pubblicarla…

TIPOLOGIE DI SOCIAL NETWORK

Per stilare una sorta di classificazione dei social network, possiamo seguire quella proposta da Marcello Rinaldi, docente al Politecnico di Torino e alla Bocconi di Milano.
Lui li divide in :
- social browsing
- reti d’interesse
- reti d’azione
- personal social network
Il social browsing senza dubbio più conosciuto è del.icio.us, che ha portato a livello sociale un’attività che fino a poco tempo fa era del tutto personale: quella cioè di salvare dei siti tra i preferiti, definiti bookmarkers. Anche questa attività diviene collettiva e costituisce un altro elemento con cui un’altra porzione della propria identità viene trasmessa online. Questo si avvicina al concetto di comunità di pratica in quanto la funzione principale di del.icio.us è quella di fornire per gli interessati ad un argomento, una sorta di motore di ricerca per quei siti condivisi tra gli appassionati che sono stati salvati secondo delle parole chiave comuni. Così facendo si può entrare in contatto con atri utenti che condividono gli stessi nostri interessi e scambiarsi eventuali contatti. La ricerca inoltre diviene più efficace e il risparmio di tempo dedicato ad essa è notevole. Questo è quindi un altro esempio dell’importanza che la componente sociale ricopre oggi nella rete: la messa in comune delle proprie ricerche per offrire un’accurata selezione dei siti dedicati ad determinato argomento.
Delle reti di interesse ho già parlato prima citando Flickr. Le reti di interesse sono anch’esse delle forme di social network non generaliste, ma ad argomento, che raccolgono appassionati in una disciplina particolare o cultori di uno stesso hobby. C’è da dire che spesso questi interessi sono pilotati anche da altri mass media, o mode e tendenze del momento. Oppure anche da innovazioni tecnologiche o dagli andamenti di mercato di certi prodotti: esempio lampante ne è proprio Flickr che ha avuto modo di nascere e svilupparsi grazie all’avvento della fotografia digitale, e alla praticità delle nuove e accessibili fotocamere compatte digitali. Questi siti sono inoltre buone piazze per scambiarsi consigli e quindi migliorare anche le proprie capacità, ed eventualmente confrontarsi e scambiarsi contatti: non scordiamoci che guardando il lavoro di altri c’è sempre molto da imparare, ed è molto più facile a volte trovare una propria linea espressiva personale (elemento che indubbiamente dona molto più prestigio al proprio lavoro).
Le dinamiche sociali attivate sono anche in questo caso molto complesse e uniscono persone anche molto lontane, magari unite solo da un tag, o da una stringa di testo digitata in un motore di ricerca.
Le reti d’azione possono invece essere considerate dei veri e propri luoghi virtuali dove vengono organizzate attività di tipo fisico. Un emblematico esempio di rete d’azione è il sito di couchsurfing.com dove le persone mettono a disposizione il divano delle loro case a viaggiatori che desiderano spendere poco e non investire in alberghi. Su questo sito, una volta iscritti, si caricano le foto del divano che s decide di mettere a disposizione e se ne cercano altri in altre città per proporre uno scambio. Altri esempi di reti d’azione sono quelle che si costituiscono ad esempio attorno a catene di mail che l’utente può “firmare digitalmente” e inoltrare ai suoi contatti.
Infine i personal social network sono degli spazi nati sullo stile dei comuni social netwrok, ma con una caratteristica: possono essere, con qualche peripezia di programmazione, strutturati a piacimento dell’utente. Questo rappresenta un’interessante forma di apertura e liberazione dalle interfacce imposte dai sistemi chiusi. C’è ad esempio Ning che permette di esportare ed importare dati da un social network all’altro; oppure SaceLift, un interessante progetto curato da due studenti del North Carolina che fonde i profili di MySpace e Facebook, andando oltre la chiusura imposta dalle due imprese. Questa della chiusura dei social network è una delle contraddizioni più grandi di questi strumenti di cui parlerò più avanti: la rete dovrebbe essere uno spazio aperto, senza limitazioni imposte da ferrei contratti a cui per forza dobbiamo aderire, pena il non poterne entrare a far parte.
Ricapitolando, le caratteristiche principi dei social network sono:
1. attenzione concentrata sulle relazioni tra le persone e sul contatto che si può stabilire tra di esse
2. visibilità dei collegamenti possibili tra le persone che conosco e i loro contatti (il che ci porta ad accettare request solo perché abbiamo un’amicizia in comune)
3. strumenti di interazione inglobati in essi

E la fobia da social network non si è ancora sviluppata del tutto. Per i prossimi dieci anni è prevista una vera e propria esplosione di utenze dovuta soprattutto a due fattori fondamentali. Il primo è che i social network si libereranno sempre più dalle strutture chiuse optando per una sorta di interoperabilità, vale a dire un unico profilo che possa muoversi per i diversi spazi online senza dover ogni volta riscrivere tutte le informazioni personali. Ci sarà per così dire una stabile identità nel cyberspace di ognuno; un esempio di interoperabilità è Twitter, il nuovo social network al centro d’interesse attuale perché si è come dire, “sostituito all’edizione straordinaria dei tg televisivi”. La recente strage dovuta al terremoto in Abruzzo era stata annunciata in anticipo da un utente che nel suo Twitter avevo scritto che iniziavano le scosse potenti. In pratica, in seguito ad una veloce iscrizione, su Twitter una persona può registrare gli url dei propri social network e, aggiornando lo stato sulla home (il sito mette a disposizione circa 140 caratteri), automaticamente si aggiornano gli stati delle pagine registrate. È interessante anche da un punto di vista comunicativo in quanto il linguaggio deve essere veloce, pungente, dinamico, perché con soli pochi caratteri dobbiamo far capire che pensiamo in quel momento.
Si creano quindi con questi identità digitali sempre più complete, facilmente aggiornabili e costanti dato che è possibile uniformare tutti i profili di tutti i social network. Non scordiamoci che comunque l’anonimato parziale o totale rimarrà sempre un punto cardine del web, il che da molta fiducia a quelle persone che hanno paura di mostrarsi per quello che realmente sono e alle quali piace nascondersi dietro personaggi del web.
Si possono scorgere due diversi approcci alla rete come comunicazione interpersonale finalizzata a stabilire relazioni. Il primo è dettato da una scelta di utilizzare il web per compensare in qualche modo la propria identità reale; dall’altra parte ci sono persone che hanno incapacità interrelazionali, e che quindi non hanno altra scelta che la rete per fare conoscenze (specialmente per approcciare il sesso opposto). Riporto a questo punto un esperimento che ho fatto qualche tempo fa. Ero incuriosito dai siti per incontri di cui si vedono tante pubblicità sia alla tv che nei banner pubblicitari dei social network: in pratica sono delle piattaforme finalizzate a trovare l’anima gemella che utilizzano reti localizzate attorno alla città dell’utente e mette in contatto le persone in base ad una descrizione che si è obbligati ad inserire al momento dell’iscrizione. Curioso di capire quante persone davvero possono ricorrere a tale strumento per fare nuove amicizie, mi iscrivo sotto falso nome di donna, e inserisco una descrizione fittizia e la mia mail (essendo l’unico dato dotato di riservatezza perché il sito fornisce una messaggeria di posta che nasconde l’indirizzo). Dopo solo tre ore avevo una trentina di messaggi di richiesta “amicizia” pur avendo inserto una descrizione poco invitante e una foto tantomeno attraente. Persone anche giovani mi scrivevano di tutto, anche cose non molto eleganti e adeguate per ottenere un primo appuntamento. Alla fine ho pure scoperto che era impossibile disattivare il proprio account (tant’è vero che ogni tanto qualche mail informativa mi arriva ancora), ma ho disattivato il servizio di notifica messaggi in posta perché avevo ogni giorno decine di avvisi.
Questo fatto mi fa molto preoccupare; soprattutto mi rende triste perché tante persone che magari non hanno neanche problemi a rapportarsi con l’altro sesso, ricorrono a questi mezzi per pigrizia, comodità, o perché non hanno altro a cui pensare: sia ben chiaro, viviamo in uno stato di libertà e ognuno può far quello che vuole. La mia non è una critica etica, quanto una critica sociale: il piacere di sentire il brivido allo stomaco prima di chiedere a una ragazza un appuntamento è un qualcosa che nascosti dietro lo schermo non la si potrà mai provare. Tutto ha un limite, e l’emotività prettamente fisica non sia possibile trasportarla in rete. Nel cyberspace sono stati fatti numerosi esperimenti anche di realtà virtuale, ma si è sempre comunque collegati ad un macchinario che, per quanto avanzato e funzionale, sarà sempre un qualcosa che ti separa dalla realtà fisica.
Preoccupanti per questo sono anche i MUD destinati a incontri sessuali. Non mi dilungherò nelle critiche di questi, ma ricorderò che, come ho già detto, ci sono cose che non si possono trasportare online; ma se una persona si rende felice così, ben venga: il libero arbitrio è forse il valore più nobile assegnato all’uomo, e quindi dobbiamo far di tutto per difenderlo.
VIVENDO CONTROLLATI: il “Panottico Virtuale”

Tornando ai nostri social network, la cosa che mi preoccupa di un’unica identità digitale che liberamente si muove tra i diversi social network è la notevole e ulteriore perdita di privacy: io sono cosciente del fatto che, se una persona cerca il mio nome su Facebook, troverà collegamenti al mio spazio Flickr che continuamente aggiorno, ma troverà anche la mia parte più ludica, destinata alla documentazione di feste, viaggi e serate tra amici. Ipotizziamo quindi che una persona voglia informarsi sul mio conto prima di propormi un lavoro. Vedrà sicuramente il profilo di una persona dinamica, che lavora molto, ma che appena ha l’occasione evade per abbandonarsi alla scoperta di nuovi paesi e feste. Questo è positivo, ma non per tutti. Per il lavoro che mi piacerebbe fare queste sono caratteristiche che sicuramente rispecchiano anche la mia figura professionale: un fotografo deve essere una persona creativa, aperta e intraprendente. Ma nel caso di un laureato in giurisprudenza, un profilo del genere certo non aiuterebbe! Uno dei rischi inerenti al web è la possibilità di ridurre l’intera rete in un enorme panottico virtuale. Il panopticon è il modello di carcere ideale ideato da Jeremy Bentham nel 1791. Ho affrontato lo studio di tale argomento durante la preparazione di un esame in filosofia politica; Michael Foucault in “Sorvegliare e punire” (1975) prenderà il panottico come esempio della sorveglianza esercitata dal potere nelle società contemporanee, caratterizzate da un controllo che pervade le comunità dal loro interno e che costruisce tutta una serie di relazioni multiple di controllo. Il parallelismo con la nostra società (post-moderna) sorge spontaneo: satelliti, telecamere, nuove tecnologie … tutti elementi della società del controllo che ci rendono costantemente rintracciabili. La presenza delle “telecamere amiche” distribuite per la città di Firenze è stata dettata da una reale necessità di sicurezza delle persone, più volte vittime di violenze, furti, soprattutto nel cuore del centro storico. Tralasciando la gravità sociologica della necessità di essere inseriti costantemente in circuito chiuso per sentirsi più al sicuro, voglio riportare questo modello di sorveglianza al cyberspazio. Preciso che tutto è dettato da compromessi: ogni mezzo di comunicazione ha dei rischi, degli aspetti positivi e altri negativi. La gravità del rischio è direttamente proporzionale all’efficienza del mezzo; pensiamo ad esempio ai trasporti. Una bicicletta ha molti pregi: rapida, ecologica, poco ingombrante, economica. Ha anche molti aspetti negativi: richiede energia e può essere pericolosa. Ma il pericolo è proporzionato alla sua efficienza: cadendo di bicicletta una persona può farsi molto male, ma con molte probabilità può salvarsi. Pensiamo adesso a un aereo: copre distanze inimmaginabili, velocissimo, comodo; ma il rischio in caso di caduta è molto più elevato. Questo è il compromesso che secondo me vale anche per i mezzi di comunicazione di massa: la rete, in altre parole “l’aereo” della comunicazione, ha moltissimi rischi che concernono la sicurezza dell’informazione, l’attendibilità delle sue fonti … e la possibilità di porre costantemente “sotto controllo” i suoi utenti. Pensiamo ad esempio alle caselle di posta elettronica che “indirizzano” la pubblicità a seconda gli argomenti più frequentemente trattati nelle e-mail; pensiamo a Youtube, che più volte ha bloccato il mio account per “l’utilizzo di materiale audio non autorizzato”; e penso a Facebook che vende profili alle società che acquisiscono preziosissimi dati da rivendere alle aziende per le ricerche di mercato.
La rete può quindi essere un’arma a doppio taglio: garantisce forse la più ampia libertà di espressione, ma col compromesso della possibilità di essere “monitorati” in ogni nostro spostamento. Ciò che è importante è sempre conoscere bene i mezzi che utilizziamo: conoscerli non da un punto di vista ingegneristico ma pratico; è importante fornire gli strumenti ai “nativi digitali” per saper gestire i loro saperi e i loro strumenti di conoscenza onde evitare quel tanto temuto appiattimento delle proprie capacità critiche e di collegamento. E qui sorge spontaneo collegarsi agli argomenti proprio affrontati in un libro di testo che ho preparato per questo esame: in “La comunicazione formativa”, al capitolo IV Alessandra Anichini sostiene la necessità di “connettere” le scuole per inserire nei programmi ministeriali dei corsi per l’utilizzo delle nuove tecnologie a fini formativi. Lei soprattutto analizza il differente impatto che il testo iper-testuale ha sull’utenza, e fa notare come siano soprattutto gli insegnanti troppo radicati ai vecchi medium tradizionali. Voglio però precisare una cosa: penso fermamente che il libro tradizionale sia forse l’”invenzione” più perfetta mai stata compiuta dall’uomo. Quindi il mio sostegno al digitale e al multimediale non vuole assolutamente essere un’implicita negazione dei vecchi sistemi, ma un’esplicita apertura al nuovo, a ciò che può migliorare l’efficienza e soprattutto a ciò che può educare “gli uomini del futuro” a utilizzare in maniera adeguata e intelligente questi nuovi mezzi. Per riprendere anche le parole del prof. Formiconi, l’aspetto principale da affrontare è come “stare in rete” in tutti i sensi: siamo ormai connessi flat al cyberspazio, e l’unico modo per evitare di farsi travolgere da questo flusso di informazioni è dominarlo, conoscerlo, criticarlo, utilizzarlo e non farsi mai utilizzare.
Personalmente le prime volte che utilizzavo internet, essendo sprovvisto di una connessione a casa, spendevo molti soldi negli internet point a controllare continuamente la casella di posta elettronica (quasi sempre vuota), a perdere tempo in chat con gli amici (ma anche con sconosciuti), a cercare video su Youtube. Poi ho scoperto il blog, questo “diario virtuale” che offre ottime possibilità di diffusione di conoscenze; ho scoperto Flickr , un photoblog che per gli appassionati di fotografia ancora non affermati (come me, purtroppo!) è un ottimo strumento alternativo al costoso website. In seguito la mia rete di conoscenze si è espansa, ho iniziato a viaggiare da solo durante l’estate e ho sentito il bisogno di un mezzo per rimanere in contatto con persone che altrimenti avrei completamente smarrito nel tempo. E mi registrai a Facebook.
Insomma, da un po’ di tempo “sto in rete” in maniera costante e assidua, sfruttando appieno le comodità che essa offre, scendendo a quei compromessi cui accennavo primama cercando sempre di non perdere l’”autocontrollo comunicativo”.
Un altro rischio, forse il più grave dal punto di vista sociologico, è la forma d’isolamento a cui può portare l’uso eccessivo della rete; questa non deve mai diventare un surrogato della realtà: la vera vita la si vive “per strada” e non davanti ad uno schermo. Tutto acquista un senso se viene utilizzato per amplificare e compensare il dialogo, le emozioni, le sensazioni che per definizione si possono provare solo “onlife”: sfruttare a pieno le nuove tecnologie, ma senza mai perdere la fisicità dei rapporti umani.
Qualsiasi persona può ottenere informazioni su un’altra senza troppi escamotage. L’unica possibilità per fuggire da questo compromesso è fornire un’identità fittizia, come una mia amica che per evitare stalking dal suo ex ragazzo si è registrata sotto falso nome su Facebook per evitare di essere rintracciata: sono mezzi pericolosissimi se utilizzati a fini illegali, e spesso le persone non si rendono conto di questo fino a quando non devono farci i conti. Lo stalking oggi ha preso piede più che mai grazie a tutte le nuove tecnologie, in quanto esse rappresentano un territorio fertile per queste persone che decidono di tormentarne altre per proprie manie o per semplice divertimento.
Tutti i social network sono come degli strumenti del potere economico che costantemente ci controlla, e sono servizi che vengono forniti gratuitamente per un semplice motivo: ogni identità reale viene costantemente tenuta sotto controllo grazie al suo alter ego digitale. I profili, nei quali le persone inseriscono grandi quantità di informazioni personali, sono analizzati e studiati per le indagini di mercato. Tutto sta nel fare attenzione a non trasmettere informazioni troppo personali o che potrebbero compromettere eventuali rapporti giudicati importanti: non sono fatti nuovi posti di lavoro perduti a causa di un messaggio di stato o in bacheca su Facebook, oppure relazioni matrimoniali interrotte per delle foto su Flickr giudicate compromettenti. Addirittura vengono caricate informazioni inerenti gli orientamenti sessuali, o ideologie politiche, mossa anche non troppo furba visti i tempi che corrono; la mia non è una critica per coloro che hanno il coraggio di esprimere ciò che pensano, ma le informazioni compromettenti personalmente le inserisco su altri canali, dei quali ho la piena padronanza e sono cosciente di coloro che andranno a visitarlo. Al tema del controllo ha dedicato un ampio studio Danah Boyd a cui dedicò una relazione alla American Association for Advacement of Sciente nel febbraio 2006. Il titolo della relazione è “Produzione dell’identità in una cultura di rete: perché gli adolescenti adorano MySpace”.

PERCHE’ GLI ADOLESCENTI AMANO MYSPACE

La studiosa considera MySpace come un collante sociale dove i giovani trascorrono ore ed ore tenendosi compagnia per cercare materiale audio-video, per essere sempre aggiornati su eventi e concerti, per fare nuovi incontri e condividere passioni in comune. I giovani, anche se fisicamente separati, grazie alla rete, ai suoi strumenti di connessione e alla telefonia mobile, sono potenzialmente sempre connessi tra loro ottenendo una sorta di sicurezza di non essere mai soli. Personalmente quando il sabato notte torno tardissimo da lavoro, accedo alla chat di Facebook mi fa piacere condividere l’ora tarda con qualcuno.
Con la stessa facilità con la quale ci possiamo sempre connettere in ogni momento, possiamo anche decidere quando sconnettersi e isolarsi da tutto e tutti: il mio mac è spento, il portatile in carica, il mobile e il telefono fisso staccati. Posso a questo punto sentirmi solo con me stesso, nessuno può trovarmi anche se tutti sanno dove fisicamente mi trovo. L’essere sempre connesso mi offre la possibilità di scegliere con più indipendenza se essere raggiungibile dal mondo oppure no.
Riprendendo la Boyd, ella ipotizza nei suoi studi che i giovani utilizzino la rete soprattutto per vicende private, per stabilire relazioni che forse nel mondo reale non gli vengono concesse per la mancanza di spazi condivisibili (e spesso per il regime scolastico non adeguato ad una sana socializzazione).
Per i giovani ci sono molti spazi controllati, spazi cioè in cui sono soggetti all’autorità degli adulti: quello infatti che per gli adulti ad esempio è lo spazio privato, vale a dire l’ambito domestico dove si presuppone siano raccolti i legami e gli affetti più stretti, per loro corrisponde ad un ambiente controllato. Per non parlare della scuola in cui sono spesso represse tutte le esigenze espressive in nome di programmi imposti dal Ministero. Tutti i luoghi dove i giovani svolgono la maggior parte delle loro attività sono spazi di questo genere: per questo i giovani considerano la rete come un mezzo sia per evadere dal controllo, sia per stringere tutta quella serie di affetti personali e di relazioni che non è possibile stabilire nel mondo reale. Sono anche parzialmente scomparsi gli spazi di condivisione pubblica dovuti al regime di terrore e di allarmismo per i fatti di cronaca e al fatto che molto persone adesso sono considerate una minaccia pubblica; questa grande forma di protezione nei confronti della prole ha portato ad una incapacità da parte dei figli di distinguere una situazione pericolosa dalla normale vita di strada. Le nuove tecnologie, fornendo loro la possibilità di riproporsi in versione digitale, danno la possibilità di sentirsi fuori dal controllo pur essendo costantemente sorvegliati. Se vogliono stare in privato con qualcuno ci sono le chatroom; al contrario MySpace fornisce loro uno spazio pubblico. Ovviamente tale spazio riserva delle minacce, come adulti pervertiti che si divertono a spiare le comunità di ragazzini e tentare di ottenere informazioni.
Il social network cattura quindi il mio particolare interesse in questo mio lavoro perché è anche espressione di una società che davvero sta cambiando, che si chiude sempre più in pregiudizi e che sente il bisogno di evadere e cercare nuovi mezzi di espressione. Le persone sembrano avere la necessità di tenere informate le proprie reti sociali di ciò che stanno facendo, di dove si trovino, e che vogliano mostrare come si divertono e in compagnia di chi.

UNA IMPORTANTE PRECISAZIONE

È importante specificare che le reti sociali, al contrario di come molti pensano, non sono nate con l’avvento del web: le reti sociali esistono dagli albori della storia dell’uomo, come ci fa notare Morin nel libro “Il paradigma perduto”. Ed è interessante (e preoccupante) notare come la caccia prima, e dopo la guerra, siano state le pratiche che più hanno stimolato l’aggregazione sociale e lo sviluppo della tecnica. Sono state queste le prime azioni collettive, che anticipavano le organizzazioni gerarchiche e comuniste, prevedendo la giusta spartizione della preda catturata assieme. Quindi la nostra capacità di fare le cose assieme è ciò che ha consentito lo sviluppo della odierna società: collaborazione e condivisione hanno consentito la nascita di un’unica grande comunità di pratica che come obiettivo principale ha avuto quello dello sviluppo, sopravvivenza e preservazione della specie.
Queste reti ovviamente si sono sviluppate con il passare delle epoche storiche e oggi siamo arrivati ad una nuova società dove fondamentalmente l’uomo ha gli stessi bisogni, le stesse pulsioni, ma mezzi differenti per soddisfarli. La rete sociale ha sempre avuto delle ovvie barriere fisiche dettate da spazio e tempo, barriere che con lo sviluppo tecnologico sono state via via abbattute: pensiamo alla prima rete stradale, alle prime reti telegrafiche, alle prime connessioni telefoniche. Tutto sempre destinato a unire persone e mettere in comune esperienze e conoscenze. Oggigiorno con la rete (di cui i primi progetti nacquero, ci tengo a precisare, per garantire sempre la comunicazione a scopi militari) queste barriere sono abbattute dal momento in cui viene stabilita una connessione alla rete generale che avvolge praticamente il pianeta.
Non ci scordiamo che il genere umano si è evoluto parallelamente all’evoluzione delle tecnologie e dei mezzi di comunicazione che ha creato. Ed ogni evoluzione ha portato ad una precisa ripercussione sociale: pensiamo alla nascita dell’alfabeto che ha causato la nascita della burocrazia; oppure alla stampa che, con l’aver permesso la diffusione del sapere, ha permesso la diffusione della letteratura e delle conoscenze scientifiche. Attorno ai nuovi mezzi di comunicazione si sono sempre sviluppate azioni collettive.
Tim Bunrners Lee , che è in pratica il co-inventore del WWW, aveva proprio in mente l’idea di creare una sorta di alfabeto col quale le persone avrebbero potuto senza troppe competenze informatiche contribuire attivamente ad un sapere collettivo e non unidirezionale che seguisse lo schema “uno-a-molti” (come ad esempio la carta stampata). Un esempio particolarmente esplicativo è proprio il quotidiano: quello cartaceo, considerato come il più autorevole mezzo d’informazione, senza nulla togliere alla qualità di esso, è comunque un mezzo redatto da pochi e letto da molti. L’unico feedback espresso dall’utenza è il registrare le copie vendute nelle edicole, e altri strumenti come le “lettere al direttore”. Pensiamo invece al quotidiano online: certamente l’informazione è più veloce, rapida, continuamente aggiornata, ed è senza dubbio più personalizzabile. Un lettore può fare registrarsi a dei feed rss, oppure scrivere commenti agi articoli in tempo reale, o addirittura condividere materiale testo, audio, video sul proprio blog o con altri esploratori della rete. In questa tipologia di quotidiano online il feedback è immediatamente riscontrabile grazie all’intervento della comunità dei lettori.
Se guardiamo poi all’ambito sociale, ci accorgiamo subito di tutte quelle iniziative che nascono sul web e che prima non potevano esistere a causa della mancanza dei mezzi per organizzarle. Penso ad esempio alle forme di aiuto umanitario e volontario che vengono organizzate mediante reclutamenti online; oppure anche a quelle simpatiche forme di “protesta” pacifica denominate flashmob, che prevedono azioni di disturbo collettivo organizzate da persone che, mediante fitte mailing list, stabiliscono un punto i ritrovo in una città muniti di particolare abbigliamento e utensili svolgono azioni che durano pochi secondi; una volta conclusa la breve azione se ne vanno lasciando gli improvvisati spettatori attoniti e non consapevoli di ciò che sia in realtà accaduto. Inoltre mi viene in mente anche un artista, un fotografo americano di nome Spencer Tunick che proprio mediante il web ha reclutato migliaia di persone che hanno accettato di essere fotografate nude e di entrare a far parte di una sua opera d’arte di massa. L’attività si è svolta a città del Messico, nella piazza di Zocalo che copre una superficie equivalente a cinque campi da calcio. L’happening era destinato anche a battere il suo record di persone nude fotografate, raggiunto a Barcellona nel 2003 quando riuscì a immortalare 7mila volontari. Imprese come queste le considero praticamente impossibili senza il prezioso aiuto di Internet e delle reti sociali.
Nel prossimo capitolo affronterò nello specifico il fenomeno Facebook, in quanto ritengo sia degno di nota per diversi motivi che elencherò brevemente (ma che affronterò dettagliatamente nel prossimo capitolo)
- È un esempio incredibile di ri-mediazione di molti strumenti di comunicazione sincrona e asincrona
- È un fenomeno in crescita esponenziale che probabilmente il fondatore non si aspettava, e ci fa capire come spesso il caso sia fondamentale per la nascita di questi fenomeni di massa
- È un fenomeno che coinvolge tutti, in ogni paese e di ogni età
- È un mezzo in cui si proietta nel cyberspace la propria identità, e col quale siamo completamente tenuti sotto controllo dal potere del mercato
- È un mezzo che molte persone utilizzano senza essere consapevoli delle clausole legali molto preoccupanti per un fatto di copyright e privacy.

Chi mi conosce saprà sicuramente che il mio gruppo preferito in assoluto sono i Doors. I testi possono sembrare niente di che, ma questo carattere visionario di James Douglas Morrison, voce ed anima del gruppo, mi fa pensare a come tutto sia relativo. Lui si faceva di acidi, cose che non condivido. Ma condivido l’evasione da quella realtà che ogni giorno ci morde alla bocca dello stomaco, che a volte può far gioire, piangere, urlare, sognare. Riporto il testo (con traduzione) di un pezzo che secondo me riassume al 100% tutto il NON-PENSIERO di Jim: “The Soft Parade”, che dà il nome anche all’album del 1969. Anche se non fu troppo apprezzato dalla critica (anche perchè alcuni pezzi sono stati scritti dal chitarrista Robby Krieger), a mio avviso questo brano è splendido…giudicate voi stessi!

THE SOFT PARADE

When I was back there in seminary school
There was a person there
Who put forth the proposition
That you can petition the Lord with prayer
Petition the Lord with prayer
Petition the Lord with prayer
You cannot petition the Lord with prayer!

Can you give me sanctuary
I must find a place to hide
A place for me to hide

Can you find me soft asylum
I can’t make it anymore
The Man is at the door

Peppermint, miniskirts, chocolate candy
Champion sax and a girl named Sandy
There’s only four ways to get unraveled
One is to sleep and the other is travel
One is a bandit up in the hills
One is to love your neighbor ’till
His wife gets home

Catacombs
Nursery bones
Winter women
Growing stones
Carrying babies
To the river

Streets and shoes
Avenues
Leather riders
Selling news
The monk bought lunch

He bought a little
Yes, he did
This is the best part of the trip
This is the trip, the best part
I really like

What’d he say?
Yeah, right!
Pretty good
Yeah, I’m proud to be a part of this number

Successful hills are here to stay
Everything must be this way
Gentle streets where people play
Welcome to the Soft Parade

All our lives we sweat and save
Building for a shallow grave
Must be something else we say
Somehow to defend this place
Everything must be this way (X2)

The Soft Parade has now begun
Listen to the engines hum
People out to have some fun
A cobra on my left
Leopard on my right

The deer woman in a silk dress
Girls with beads around their necks
Kiss the hunter of the green vest
Who has wrestled before
With lions in the night

Out of sight!
The lights are getting brighter
The radio is moaning
Calling to the dogs
There are still a few animals
Left out in the yard
But it’s getting harder
To describe sailors
To the underfed

Tropic corridor
Tropic treasure
What got us this far
To this mild equator?

We need someone or something new
Something else to get us through, c’mon

Callin’ on the dogs
Callin’ on the dogs
It’s gettin’ harder
Callin’ on the dogs (X4)

You gotta meet me
Too late, baby
Slay a few animals
At the crossroads
Too late
All in the yard
But it’s gettin’ harder
By the crossroads
You gotta meet me
We’re goin’, we’re goin’ great
At the edge of town
Tropic corridor
Tropic treasure
Havin’ a good time
Got to come along
What got us this far
To this mild equator
Outskirts of the city
You and I
We need someone new
Somethin’ new
Somethin’ else to get us through
Better bring your gun
Better bring your gun
Tropic corridor
Tropic treasure
We’re gonna ride and have some fun

When all else fails
We can whip the horses eyes
And make them sleep
And cry.

LA PARATA SEMPLICE

Quando ero là alla scuola superiore
C’era una persona
Che avanzò la proposta
Che puoi supplicare Dio con le preghiere
Supplicare Dio con le preghiere
Supplicare Dio con le preghiere
Tu non puoi supplicare Dio con le preghiere!

Puoi darmi un santuario
Devo trovare un posto per nascondermi
Un mio posto per nascondermi

Puoi procurarmi un dolce asilo
Non ce la faccio più
L’Uomo è alla porta

Caramelle alla menta, minigonne, cioccolato
Un sax di prim’ordine e una ragazza di nome Sandy
Ci sono solo quattro maniere di sbrogliarsi
Una è dormire e l’altra è viaggiare
Un’altra è un bandito sulle colline
Una è far l’amore con il tuo vicino finché
Sua moglie non rientra a casa

Catacombe
Ossa di una culla
Donne invernali
Che allevano pietre
Che portano bambini
Al fiume

Strade e scarpe
Viali
Cavalieri di cuoio
Che vendono notizie
Il frate si è comprato da mangiare

Ne ha comprato un pò
Sì, lo ha comprato
Questa è la parte più bella del viaggio
Questo è il viaggio, la parte più bella
Che veramente mi piace

Cosa direbbe lui?
Sì, va bene
Abbastanza bene
Sì, sono orgoglioso di essere di questo tipo

Le colline del successo resteranno
Tutto deve essere così
Strade dolci dove la gente suona
Benvenuti alla semplice parata

Le nostre vite sono sudate e salve
Lavorando per una piccola tomba
Ci dev’essere qualcosa d’altro noi diciamo
Per cercare di difendere sto posto
Sarò tutto così

La semplice parata adesso è cominciata
Senti i motori sferragliare
La gente è fuori per divertirsi
Un cobra alla mia sinistra
Un leopardo alla mia destra

La donna cervo vestita di seta
Ragazze con biglie attorno al collo
Baciano il cacciatore dalla veste verde
Che prima ha combattuto
Di notte con i leoni

Fuori vista!
Le luci si fanno più forti
La radio si lamenta
Parlando ai cani
Sono rimasti alcuni animali
Lasciati nel cortile
Ma sta diventando più difficile
Descrivere i marinai
Agli affamati

Corridoio tropicale
Tesoro tropicale
Cosa ci ha portati così lontano?
In questo moderato equatore?

Noi abbiamo bisogno di qualcuno o qualcosa di nuovo
Qualcosa d’altro che ci mandi avanti

Chiamando a raccolta i cani
Chiamando a raccolta i cani
Sta diventando più difficile
Chiamando a raccolta i cani

Devi incontrarmi
Troppo tardi, bambina
Sacrifica qualche animale
Agli incroci stradali
Troppo tardi
Tutti nel cortile
Ma sta diventando più difficile
Agli incroci
Devi incontrarmi
Noi stiamo andando, stiamo andando forte
In capo alla città
Corridoio tropicale
Tesoro tropicale
Stando bene
Hai la possibilità di venire con noi
Cosa ci ha portati così lontano?
A questo moderato equatore?
Sobborghi della città
Io e te
Abbiamo bisogno di qualcuno nuovo
Qualcosa di nuovo
Qualcosa d’altro che ci porti avanti
Sarà meglio che prendi la pistola
Meglio prendere la pistola
Corridoio tropicale
Tesoro tropicale
Cavalcheremo e ci divertiremo

Quando tutto il resto manca
Potremo pulire gli occhi ai cavalli
E farli dormire
E piangere.

‘’La nostra è una realtà che va oltre il mondo dei nostri corpi, un mondo, appunto, che si trova ovunque e allo stesso tempo da nessuna parte.
Noi stiamo creando un mondo dove tutti posso accedere senza privilegi o pregiudizi indotti dalla razza, dal potere economico e militare o dal luogo di nascita’’

J.P.Barlow, A Declaration of the Indipendence of Cyberspace

L’importanza dell’autocontrollo comunicativo

Social network, Facebook, Filckr, Google…tutti strumenti che ognuno di noi padroneggia, utilizza, critica e sostiene …. Sono talmente entrati nelle nostre vite e nelle nostre consuete pratiche di comunicative che noi studenti di teorie della comunicazione abbiamo il dovere di analizzarli, studiarli, utilizzarli criticamente per capirne i funzionamenti, pregi, difetti e rischi. Ho imparato nel mio percorso di studi che ogni media (dai più tradizionali ai più attuali) ha una precisa ripercussione sulla società. L’idea di analizzare un po’ più a fondo questo argomento è nata da una precisa riflessione: ha davvero senso schierarsi? Ha davvero senso disporsi al di qua o al di la dell’immaginaria linea che separa le ormai note categorie degli “apocalittici” e degli “integrati”?
Ho deciso che quasi al termine del mio percorso di studi voglio sedermi a cavallo di questa linea per osservare i comportamenti di coloro che con cotanta decisione decidono di “dicotomizzare” le loro opinioni in merito ai new media. Ci sono tante motivazioni che possono giustificare ogni forma di comportamento, ma sicuramente oggigiorno non posso tollerare quella categoria di persone che, a priori, si pongono contro i new media per semplice presa di posizione, sventolando leggere giustificazioni che riguardano la perdita di poeticità, la perdita di veridicità dei messaggi trasmessi da questi mezzi…; penso che la vita vada vissuta senza ipocrisia, e rimanere estranei a questi nuovi media per puro formalismo penso non giovi a nessuno.
Tutto il mio pensiero parte da una precisa convinzione: il mezzo non deve mai diventare il fine della comunicazione (a eccezione di alcuni esempi di net art dove l’artista dichiarava esplicitamente che la sua intenzione artistica risiedeva nella possibilità di stabilire una connessione tra persone che non condividevano né spazio né luogo). Dietro ad ogni testo multimediale, mezzo di comunicazione, blog…c’è sempre l’uomo! Sono notevolmente cambiati i contesti, le usanze, le priorità sociali, ma l’uomo è sempre lo stesso “animale comunicativo”, che si è sempre espresso e che ha sempre trovato nel dialogo la sua forma di comunicazione – e formazione – per antonomasia! Questo è il mio punto di partenza: uscire dal pregiudizio che ciò che risiede in rete non abbia la stessa dignità di un testo tradizionale. Ciò che davvero ci deve interessare è – riprendendo le definizioni del prof. Toschi – l’analisi delle grammatiche, dei testi e delle relazioni tra essi instaurate. Che i nuovi messaggi e concetti si generino via telegrafo o via mail questo non importa a livello dei contenuti perché ripeto, è sempre l’uomo che li gestisce.
Con questo però non voglio che la gente mi confonda per un euforico-invasato per i new media. Tutt’altro! Sono sempre pronto a criticare, conscio del fatto che ci sono moltissime persone che rimangono connesse per tutta la durata del giorno senza realmente trasmettere niente, che si lasciano travolgere dal fiume di bit senza provare neanche a remare contro quella corrente. Questo è il rischio: farsi comandare dal mezzo perdendo quello che a me piace definire l’“autocontrollo comunicativo”. Chi non sa gestire questi potenti mezzi è un po’ come un fotoamatore con una macchina di fascia professionale: se non ne conosce il suo funzionamento finisce col “farsi usare” dal suo completo (e più comodo) automatismo.

Gli argomenti affrontati

La mia relazione partirà da un interessante documento che ho trovato facendo delle ricerche in rete: la Dichiarazione d’indipendenza del cyberspace, scritta nel 1996 da Barlow che, in maniera forse un po’ troppo ossessa, introduce delle critiche all’atteggiamento di coloro che desiderano mettere sotto controllo la vita in rete. Egli però non allude ai controlli a fini legali – che non possiamo criticare poiché più volte sono stati utili per la risoluzione di importanti casi penali -, ma ai controlli sulla società da parte del mondo dell’industria (anche culturale): ci troviamo talmente immersi nella rete che ogni mezzo di comunicazione è ri-mediato , che ogni movimento è monitorato, che ogni spostamento può essere registrato in nome di una sicurezza che molte volte può trasformarsi in ossessione. Per vivere serenamente in questo “panottico virtuale” (il cui significato spiegherò in seguito) è necessario capire bene il funzionamento dell’infinita rete di relazioni che collega tutto, tutti, sempre e ovunque.
La mia analisi si focalizzerà poi su uno dei social network più utilizzati di questi tempi: tutti ne parlano, tutti se ne scambiano il contatto, tutti condividono materiale online mediante questo strumento che a me piace definire di “life sharing”. Sto parlando di Facebook, strumento che quasi tutti possiedono, ma di cui quasi nessuno conosce gli aspetti legali e l’enorme potere sociologico nascosto dietro la sua interfaccia, tra le più semplici e user friendly in circolazione.
In generale considero il social network come un possibile nuovo strumento di dialogo, elemento che in ambiente pedagogico è ritenuto fondamentale per la crescita educativa e formativa dell’essere umano. La mia relazione terminerà con alcune considerazioni di natura personale che remano a favore della possibilità di trovare molto materiale di qualità on-line, nella convinzione che l’informazione possa essere buona qualunque sia il mezzo utilizzato. Ne sono un ottimo esempio i numerosi casi sperimentali di e-learning che hanno avuto molta eco anche in ambiente pedagogico ed universitario, e che riesce a coinvolgere in maniera molto entusiasta (diversamente da come i più si aspetterebbero) anche coloro che non sono “nativi digitali”, che quindi si sono dovuti adeguare a nuovi sistemi e che non sono “nati immersi nella tecnologia”.

Una dovuta precisazione…
Ci tengo a precisare che sarà per me difficile concentrarmi sull’argomento senza “divagare” in considerazione anche di natura molto personale e che a volte mi portano “fuori tema”. Tutto ruota attorno alla critica della superficialità di quelle persone che si abbandonano a facili giudizi senza analizzare ciò che li circonda; uso il termine superficialità non a caso: un’opinione senza conoscenza è completamente inutile.
Non ho assolutamente la pretesa di raggiungere conclusioni; pretendo invece di pormi tante nuove domande.
E alla fine del mio elaborato di domande nuove ne ho molte che mi serviranno per sviluppare il discorso più approfonditamente durante la stesura della mia tesi.

“A Declaration of the Indipendence of Cyberspace”
IL DOCUMENTO

John Perry Barlow è poeta e giornalista americano (nato nel 1947 nel Wyoming), famoso anche per essere il membro fondatore della “Electronic Frontier Foundation”, un movimento nel quale assieme ad altri si batte per difendere la libertà di pensiero e parola.
Nella Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspace (titolo originale “A Declaration of the Indipendence of Cyberspace”) Barlow stila un elenco di concetti alla maniera di un vero e proprio manifesto. Interessante notare come ancora oggi, a quasi tre lustri dalla data di stesura, le tematiche risultino attuali e in parte irrisolte. Affronta molte questioni, ma la principale è quella della libera circolazione del pensiero: Barlow vede la rete come un qualcosa che sfugge (e che deve continuare a sfuggire) al controllo governativo, come un flusso di pensieri sempre in movimento che si muovono su un canale non-fisico, infinitamente sviluppabile e al quale tutti possono partecipare e contribuire. Ma prima di analizzarla un po’ più a fondo, riporto il testo (tradotto) della Dichiarazione, documento scritto l’8 Febbraio del 1996 in occasione di una protesta di una legge proposta dal governo americano per la riforma del sistema delle telecomunicazioni.

Governi del mondo industrializzato, voi decadenti giganti di cemento e di acciaio, Noi proveniamo dal Cyberspace, la nuova casa della Mente. Nell’interesse del Futuro, noi vi chiediamo, uomini del passato, di lasciarci da soli. Voi non siete benvenuti tra noi. Voi non avete alcuna sovranità dove noi ci incontriamo.
Noi non abbiamo eletto un governo e nemmeno desideriamo farlo, per cui noi vi attribuiamo un’autorità non più grande della stessa libertà di espressione. Noi dichiariamo che la società globale che stiamo costruendo è da intendersi per sua natura indipendente dalle tirannie che voi stessi cercate di imporci. Voi non avete alcun diritto su di noi, né tanto possedete alcun mezzo di imposizione che possa farci paura.
I governi derivano il loro potere dal consenso dei governati. Voi non avete mai chiesto il nostro consenso né tanto ve lo abbiamo mai dato. Noi non vi abbiamo invitato. Voi non ci conoscete nemmeno, come del resto non conoscete il nostro mondo. Il Ciberspazio non ricade dentro i vostri confini giurisdizionali. Non pensiate nemmeno di poterli edificare, come se si trattasse di una cosa pubblica. Voi non potete. Poiché esso è un processo naturale e cresce spontaneamente attraverso le nostre collettive azioni.
Voi non avete preso parte alle nostre grandi e affollate discussioni, così come non avete creato voi lo stato di salute dei nostri mercati. Voi non conoscete la nostra cultura, la nostra etica, né il nostro codice non scritto di comportamento che da alla nostra società molto più ordine di quanto possiate provvedere voi attraverso le vostre imposizioni.
Voi avete deciso che esistono dei problemi tra noi e che voi dovete risolvere. Voi utilizzate questa scusa per invadere i nostri recinti. Molti di questi problemi non esistono in realtà. Dove esistono veri conflitti, dove avvengono dei torti, noi li individueremo e li risolveremo con i nostri mezzi. Noi stiamo realizzando il nostro Contratto Sociale. Questa nostra forma di governo nascerà secondo le caratteristiche del nostro mondo e non del vostro. Perché il nostro mondo è diverso.
Il Cyberspace è un luogo fatto di transazioni, relazioni e di puro pensiero che si staglia come un’enorme onda nel mare della comunicazione. La nostra è una realtà che va oltre il mondo dei nostri corpi, un mondo, appunto, che si trova ovunque e allo stesso tempo da nessuna parte.
Noi stiamo creando un mondo dove tutti posso accedere senza privilegi o pregiudizi indotti dalla razza, dal potere economico e militare o dal luogo di nascita. Noi stiamo cercando di creare un mondo dove chiunque e ovunque possa esprimere la propria opinione, non importa quanto personale, senza paura che questa non sia ascoltata o costretta a conformarsi.
I vostri concetti di proprietà, espressione, identità, movimento e ambiente non sono applicabili nella nostra situazione. Essi sono infatti basati sulla materialità delle cose. Qui nulla è materiale.
Le nostre persone non hanno un corpo, sicché, a differenza di voi, noi non possiamo stabilire l’ordine attraverso la coercizione fisica. Noi crediamo che grazie a un’etica individuale unitamente ad un senso della comunità il nostro progetto emergerà. I cittadini del nostro mondo virtuale possono attraversare con molta facilità i vari confini delle vostre singole giurisdizioni. L’unica legge che essi riconoscono in conformità alle loro singole culture di provenienza è la legge Aurea sulla base della quale speriamo di potere costruire le singole soluzioni ai nostri problemi. Certamente non possiamo accettare quelle soluzioni che ci sono imposte.
Negli Stati Uniti, voi avete oggi creato una legge, la riforma del sistema delle telecomunicazioni, che ripudia la vostra stessa costituzione ed insulta il sogno di uomini come Jefferson, Washington, Mill, Madison, DeToqueville, and Brandeis. Questi sogni devono adesso tornare a realizzarsi con noi.
Siete terrorizzati dai vostri stessi figli che vivono in un mondo, il Cyberspace, che conoscete appena e affidate alla burocrazia la vostra responsabilità di genitori perché troppo codardi per confrontarvi direttamente con loro. Nel nostro mondo tutti i sentimenti e le umane espressioni, dalle più basse a quelle più elevate, costituiscono un tutt’unico all’interno della comunicazione globale attuata attraverso bit. Non possiamo separare l’aria sporca che respiriamo da quella che sostiene gli angeli in cielo.
In Cina, Germania, Francia, Russia, Singapore, Italia e negli Stati Uniti, voi state cercando di tenere lontano il virus della libertà erigendo posti di vigilanza lungo le frontiere del Cyberspace. Queste potranno tenere lontano il contagio per un breve periodo ma, in un mondo che si appresta ad essere avvolto dalla comunicazione digitale, questo rimedio non può funzionare.
Le vostre obsolete industrie dei media perpetueranno la loro decadenza proponendo leggi, in America ed altrove, che proclamano loro stessi come depositari della parola nel mondo. Queste leggi renderanno le idee alla stregua dei prodotti industriali, non più nobili di un maialino di ferro. Nel nostro mondo, qualunque creazione della mente umana può essere riprodotta e distribuita all’infinito senza alcun costo. La diffusione del pensiero non ha più bisogno delle vostre industrie per essere compiuta.
Queste ostili e crescenti misure attuate contro di noi ci pongono nella stessa situazione dei primi coloni che, amanti della libertà e dell’autodeterminazione, rigettarono l’autorità di un potere distante e arrogante. Dobbiamo dichiarare la nostra indipendenza dalla vostra sovranità che non si estende alle nostre vite “virtuali”, benché i nostri corpi continueranno a sottostare alle vostre leggi materiali. Noi ci moltiplicheremo su tutto il Pianeta in modo che nessuno potrà così arrestare i nostri pensieri.
Fonderemo nel ciberspazio una nuova civiltà della Mente. Che questa possa essere più umana e tollerante del mondo che i vostri governi hanno eretto.

GLI ARGOMENTI PRINCIPALI DI BARLOW

Con questo documento Parry Barlow si impegna nell’accusa ai Governi del Mondo, ormai invecchiati poiché non rientrano nella nuova realtà sociale e comunitaria, vale a dire il Cyberspazio. Questo luogo deve essere libero, incondizionato e si sviluppa a ragnatela permettendo ogni tipo di comunicazione abolendo le distanze spazio/tempo alle quali l’uomo è sottoposto per Natura. I Governi vorrebbero opporre resistenza a un fenomeno ormai inarrestabile, il cui funzionamento è svincolato da ogni ostacolo pratico.
In seguito riporto delle brevi esplicazioni di quelli che secondo me sono gli argomenti di maggior interesse della dichiarazione.

1- Presa di coscienza del fatto che la rete sviluppa un nuovo tipo di socialità e unione, che forma cioè nuove comunità “digitali” o “virtuali” che hanno un potere di coinvolgimento forse maggiore di quelle tradizionali legate, da sempre, a vincoli spazio-temporali. Queste nuove comunità possono avere delle proprie regole, gerarchie, possono essere aperte o chiuse, accogliere tutti indistintamente o solamente particolari categorie di utenti. Pur avendo delle regole e dei codici di condotta, non hanno regolamentazioni come i governi tradizionali, e nonostante ciò risultano essere più “disciplinate” (rispondendo forse al desiderio anarchico di Barlow).
2- Il cyberspazio è un mondo parallelo a quello reale, ma è anch’esso reale (viaggia semplicemente su canali diversi). I loro abitanti puntano alla realizzazione di un contratto sociale che scandirà il paradigma di questo nuovo tipo di società.
3- Il cyber è un mondo che va oltre ai nostri corpi e che si trova “ovunque e allo stesso tempo da nessuna parte” (qui si ricollega alle più attuali definizioni di “non luogo”). Infatti c’è contatto solo nel momento in cui si stabilisce una connessione.
4- Il topic più importante per Barlow (su cui insiste più volte) è la libertà di espressione, che riprende in un punto precisando che nel ciberspazio essa è svincolata da razze, etnie, leggi o privilegi. Quindi questo mondo virtuale è caratterizzato dall’uguaglianza e parità dei suoi membri.
5- Insiste sulla natura immateriale e priva di burocrazia del cyberspazio, fatto solo di espressioni, pensieri, sentimenti ed emozioni che navigano in un unico grande “fluido” avvolgente che rende tutto chiaro mentalmente ma indistinguibile fisicamente.
6- Critica il copyright, precisando che nel mondo reale le idee sono ridotte a prodotto dall’industria culturale, mentre nel cyberspace le idee e le visioni della mente umana possono essere riprodotte all’infinito e senza alcun costo. Solo così si avrà una reale circolazione libera del pensiero che contribuirà alla formazione di quella che Levy definisce “l’intelligenza collettiva”. La diffusione del pensiero quindi si può ottenere anche senza l’industria culturale.
7- La nuova civiltà sarà più umana di quella creata dai governi e dalle loro leggi, e sarà formata da cittadini sottoposti fisicamente alle leggi del proprio ambiente sociale, ma uniti mentalmente in questa nuova grande forma di comunità libera, indipendente e “collettivamente pensante” (ma mai uniformante, almeno sulla carta).

Non ci scordiamo che comunque l’uomo è mutevole e capace di manipolare ogni mezzo che gli viene messo a disposizione. E’ proprio questa caratteristica innata nella Natura umana che rende questa dichiarazione di Barlow utopica ed in parte realizzabile. Anche perché spesso quei governi che lui critica utilizzano i mezzi apparentemente liberi per controllare l’uomo e indirizzarlo nelle proprie scelte: una dimostrazione lampante di ciò è la costante presenza della pubblicità in rete, in qualsiasi ogni tipo di blog o servizio online. Questa è la chiara dimostrazione che l’industria – e non solo quella culturale – è entrata anch’essa in questo mondo parallelo per ottenere profitti. In un articolo che ho letto sul settimanale “Carta” (vd bibliografia) ho trovato un interessante considerazione su Facebook: in poche parole il giornalista vedeva in questo social network uno strumento di controllo del potere capitalistico in quanto fornisce informazioni sull’utenza (ovviamente a pagamento) utili per le indagini di mercato. Una persona registra un proprio profilo, vi inserisce centinaia di informazioni inerenti l’istruzione, gli interessi, le letture,i gusti musicali … e inconsciamente entra a far parte di un’enorme brodaglia di dati che vengono venduti alle società di ricerca di mercato. Questo è solo una delle condizioni che vengono ignorate ma automaticamente accettate da tutti gli utenti iscritti al network. Anche se forse un po’ estremista, la tesi del giornalista non è per niente “campata in aria”, visto che quella della pubblicità è una delle poche entrate concesse al cyberspazio da parte del potere industriale ed economico.
Quindi si può parlare di autentica libertà nel cyberspazio?
Forse il compromesso accettato è troppo pesante per meritare la definizione di “spazio libero”?

Il cyberspace: “luogo non luogo”

Il termine “cyberspazio” è stato coniato da Gibson, che nel suo romanzo “Neuromante” lo definisce come […] un universo parallelo dove i dati, i contenuti, e tutte le informazioni sono organizzate secondo le regole del mondo reale e che trova nella rete lo spazio ideale per la formazione di nuove comunità […]. Secondo Levy la caratteristica principale che distingue il reale dal virtuale è che nel primo caso l’uomo è sottoposto a spazio e tempo, nel secondo caso ci sarebbe invece il completo distaccamento dal “qui e ora”. Proprio per la sua a-spazialità e a-temporalità è soventemente definito un “non-luogo”, appellativo che però non lo esclude dal mantenere tutti i fattori che favoriscono la socializzazione di un luogo fisico. Questo infatti a detta di molti studiosi amplifica notevolmente il livello si socializzazione, considerando la comunità non come un prodotto di una condivisione di spazio fisico comune, ma come il risultato di un gioco “relazionale” e la condivisione di interessi comuni. Il rapporto tra individui sarebbe quindi più spontaneo e non dettato da prassi sociali imposte da un certo ambiente d’appartenenza. Una comunità virtuale può per questo assumere le sembianze di “comunità di pratica”, che come dice Etienne Wenger sono gruppi che hanno come scopo quello di creare e generare conoscenza organizzata cui ogni individuo può avere libero accesso. Si capisce bene come per questo scopo la rete offra il più potente strumento immaginabile! Pensiamo ad esempio al progetto Wikipedia, caratterizzato proprio dal collaborazionismo e dal lavoro di gruppo. Secondo alcuni l’essenza stessa della conoscenza perde ogni senso e diviene futile se non la si condivide con altri individui, senza competizione, senza gerarchizzazione di ruoli, e senza tutte quelle contraddizioni che attanagliano la società reale caratterizzata dall’individualismo. Lo scopo è l’apprendimento collettivo, continuo, in nome della consapevolezza delle proprie conoscenze. Il sapere con la rete si sposta molto più velocemente, forma comunità di pratica stimolando gli interessi e la voglia di approfondire in maniera comoda e non-tradizionale.
Desidero adesso fare un breve collegamento a un altro gruppo di persone che hanno addirittura fatto di queste connessioni una forma di arte. Penso proprio al movimento della net art che, uscendo dai canoni di arte tradizionale (senza la pretesa di ottenere prodotti paragonabili a Picasso o Munch!) vedevano nella connessione stabilita, nel mezzo utilizzato, nel passaggio di byte, la forma artistica fine a se stessa. Penso ad esempio a “This morning”, opera di Shulgin che prevedeva un vero e proprio flusso di coscienza riguardante tutte le azioni da lui svolte al risveglio espresso tramite una valanga di finestre pop-up che si attivavano all’apertura del file. Una sorta di scherzo che nel 1997 utilizzava il linguaggio html come forma espressiva e come occasione di riflessione sul ruolo del fruitore nell’arte: qui il soggetto che decide di aprire il file, la sua reazione emotiva, la sua paura di un virus, la sua risata … questa è la forma espressiva, ottenuta mediante la possibilità di stabilire un contatto. E ciò non avrebbe luogo se non ci fosse la rete che fornisce a tutti uno strumento di “dialogo e socializzazione” incredibilmente potente, con tutti i pregi e difetti tipici di ogni mezzo di comunicazione.
Credo sia giunta l’ora che gli apocalittici riconoscano questo merito alla rete, e che gli integrati inizino a utilizzare più coscientemente i mezzi che la tecnologia mette loro a disposizione. Un venirsi incontro che forse potrebbe portare molti benefici alla qualità dell’informazione in rete.
Le comunità di pratica possono nascere in nome di differenti stimoli. In seguito riporto i principali.
• Incontro tra persone simili avvicinate da motivazioni personali (associazionismo classico portato nel web, come associazioni di volontariato, club di cultori dello stesso hobby, fondazioni umanitarie … )
• Incontro tra persone differenti avvicinate da interessi comuni (fruitori di una stessa piattaforma di e-learning, frequentatori di forum tematici … )
• Desiderio di scambio di informazioni (blog di approfondimento dei giornalisti, siti dei quotidiani on-line … )
• Desiderio di generare dei contenuti (di cui è un chiaro esempio Wikipedia ma nanche WikiArtpedia – progetto curato dal prof. Tozzi, al quale anche gli studenti hanno collaborato con degli articoli e delle traduzioni -)
• Cooperazione (forum tematici per la risoluzione di problemi, blog a tema)

Non ci scordiamo che il mezzo rappresenta solo il tramite della connessione, l’infrastruttura; il contenuto è sempre dato dal senso generato dai membri della comunità.

UNO SPAZIO PER TUTTI: il caso Jhon Teen ∅

Il fatto molto interessante dal punto di vista sociologico è che la rete può essere considerata come una forma eccellente di democrazia, a volte più funzionale di quella reale. Essendo a-spaziali a queste comunità vi possono partecipare tutti senza distinzioni, pur appartenendo a differenti comunità. Tutto ciò che circola in rete, non è determinato da vincoli spaziali e quindi è sempre fruibile, sempre disponibile – a meno che non venga rimosso dagli archivi -.
A questo proposito mi sembra molto interessante l’esempio di Jhon Teen ∅, caso tratto da un articolo di Steve Silberman, giornalista e corrispondente di “Wired Magazine” dal titolo “We’re Teen, We’re Queer, and We’ve Got E-mail” nel quale discute dello sviluppo delle comunità gay online. La “categoria” (uso questo termine non in senso dispregiativo e classista) degli omosessuali si sa che fino a qualche anno fa era tra le più emarginate e disprezzate, vittime spesso di offese, discriminazioni e di atti di razzismo. Ma come ho già ripetuto in precedenza, il web può dar voce a tutti senza distinzioni. L’articolo parla di Jhon Erwin, il classico sedicenne nerd deriso dai compagni di scuola, che in più nascondeva un segreto da sempre: era omosessuale. Ma questo piccolo adolescente grazie al potere di una connessione alla rete (il caso risale al 1993) è riuscito ad affermarsi come una delle voci più eloquenti nei forum delle community gay online d’America. La sua lotta contro il bigottismo del suo contesto sociale iniziò a crescere gradualmente quando tutti gli adolescenti che non avevano il coraggio di esporsi iniziarono ad inviargli valanghe di mail nelle quali si confidavano, gli chiedevano dei consigli, sfogavano le loro repressioni. Presto si trasformò nel giovane capolista del mondo attivista gay online grazie alla sua fitta rete di contatti, e ogni volta che postava degli articoli era paragonabile ad una persona che parla ad una folla che lo ascolta in religioso silenzio. Questi giovani provenivano dal sud degli USA, da quei territori cioè che non sono proprio famosi per la loro tolleranza per il “diverso”; molti di essi scrivevano ad esempio dalle comunità per giovani omosessuali nelle quali venivano rinchiusi.
Con questo esempio secondo me si capisce molto bene sia il concetto di comunità di pratica, sia come il web abbia offerto quegli strumenti per fuggire anche dalle repressioni sociali: gente repressa, emarginata, ha trovato una valvola di sfogo nelle relazioni con delle persone come loro, che condividevano gli stessi problemi, le stesse paure. La rete può dar voce a coloro che nella vita reale non vengono ascoltati.
Ovviamente nell’articolo si fa riferimento alla grande quantità di pervertiti che si spacciano per quel che non sono, cercando nella rete solo un modo per fomentare il proprio individualismo utilizzando un’altra identità.
Assieme ai vincoli spaziali, come abbiamo già accennato, scompaiono anche i vincoli temporali e divengono molto più “personalizzabili” come sostiene Levy quando afferma che “gli intellettuali collettivi fanno proprio un tempo soggettivo perché la loro cronologia non si riferisce a nessuno spazio esterno, preesistente, e a nessun movimento fisico […] Il loro tempo si sviluppa, cresce, diviene”. Ovviamente c’è da fare la classica distinzione in strumenti di comunicazione sincrona e asincrona. Nei primi il tempo diviene frenetico e molto più rapido rispetto ai secondi, dove la risposta non avviene mai in tempo reale.
Quindi mi sento di poter dire non solo che la comunità virtuale è svincolata da spazio e tempo, ma che il soggetto umano può addirittura scandirne i tempi in quanto le stesse comunità virtuali sono presenti e esistono solo nell’istante della comunicazione (sincrona o asincrona). Certo è che non tutto è oro quel che luccica. Se accettassi tutto senza indugi entrerei a far parte di quel gruppo di “entusiasti a priori” che ho criticato all’inizio del mio elaborato.
Tutti i mass media possono avere le loro controindicazioni, e più lo strumento è potente, più i rischi sono grandi.

VIVENDO CONTROLLATI: il “Panottico Virtuale”

Uno dei rischi inerenti al web è la possibilità di ridurre l’intera rete in un enorme panottico virtuale. Il panopticon è il modello di carcere ideale ideato da Jeremy Bentham nel 1791. Su wikipedia si trova la seguente definizione:
[…] L’idea alla base del Panopticon (“che fa vedere tutto”) era quella che – grazie alla forma radiocentrica dell’edificio e ad opportuni accorgimenti architettonici e tecnologici – un unico guardiano potesse osservare (optikon) tutti (pan) i prigionieri in ogni momento, i quali non devono essere in grado di stabilire se sono osservati o meno, portando alla percezione (sempre da parte dei detenuti) di un’invisibile onniscienza. Lo stesso filosofo descrisse il panottico come “un nuovo modo per ottenere potere mentale sulla mente, in maniera e quantità mai vista prima” […]
Ho affrontato lo studio di tale argomento durante la preparazione di un esame in filosofia politica; Michael Foucault in “Sorvegliare e punire” (1975) prenderà il panottico come esempio della sorveglianza esercitata dal potere nelle società contemporanee, caratterizzate da un controllo che pervade le comunità dal loro interno e che costruisce tutta una serie di relazioni multiple di controllo. Il parallelismo con la nostra società (post-moderna) sorge spontaneo: satelliti, telecamere, nuove tecnologie … tutti elementi della società del controllo che ci rendono costantemente rintracciabili. La presenza delle “telecamere amiche” distribuite per la città di Firenze è stata dettata da una reale necessità di sicurezza delle persone, più volte vittime di violenze, furti, soprattutto nel cuore del centro storico. Tralasciando la gravità sociologica della necessità di essere inseriti costantemente in circuito chiuso per sentirsi più al sicuro, voglio riportare questo modello di sorveglianza al cyberspazio. Preciso che tutto è dettato da compromessi: ogni mezzo di comunicazione ha dei rischi, degli aspetti positivi e altri negativi. La gravità del rischio è direttamente proporzionale all’efficienza del mezzo; pensiamo ad esempio ai trasporti. Una bicicletta ha molti pregi: rapida, ecologica, poco ingombrante, economica. Ha anche molti aspetti negativi: richiede energia e può essere pericolosa. Ma il pericolo è proporzionato alla sua efficienza: cadendo di bicicletta una persona può farsi molto male, ma con molte probabilità può salvarsi. Pensiamo adesso a un aereo: copre distanze inimmaginabili, velocissimo, comodo; ma il rischio in caso di caduta è molto più elevato. Questo è il compromesso che secondo me vale anche per i mezzi di comunicazione di massa: la rete, in altre parole “l’aereo” della comunicazione, ha moltissimi rischi che concernono la sicurezza dell’informazione, l’attendibilità delle sue fonti … e la possibilità di porre costantemente “sotto controllo” i suoi utenti. Pensiamo ad esempio alle caselle di posta elettronica che “indirizzano” la pubblicità a seconda gli argomenti più frequentemente trattati nelle e-mail; pensiamo a Youtube, che più volte ha bloccato il mio account per “l’utilizzo di materiale audio non autorizzato”; e penso a Facebook che vende profili alle società di ricerca marketing che acquisiscono preziosissimi dati da rivendere alle aziende dei vari settori.
La rete può quindi essere un’arma a doppio taglio: garantisce forse la più ampia libertà di espressione, ma col compromesso della possibilità di essere “monitorati” in ogni nostro spostamento. Ciò che è importante è sempre conoscere bene i mezzi che utilizziamo: conoscerli non da un punto di vista ingegneristico ma pratico; è importante fornire gli strumenti ai “nativi digitali” per saper gestire i loro saperi e i loro strumenti di conoscenza onde evitare quel tanto temuto appiattimento delle proprie capacità critiche e di collegamento. E qui sorge spontaneo collegarsi agli argomenti proprio affrontati in un libro di testo che ho preparato per questo esame: in “La comunicazione formativa”, al capitolo IV Alessandra Anichini sostiene la necessità di “connettere” le scuole per inserire nei programmi ministeriali dei corsi per l’utilizzo delle nuove tecnologie a fini formativi. Lei soprattutto analizza il differente impatto che il testo iper-testuale ha sull’utenza, e fa notare come siano soprattutto gli insegnanti troppo radicati ai vecchi medium tradizionali. Voglio però precisare una cosa: penso fermamente che il libro tradizionale sia forse l’”invenzione” più perfetta mai stata compiuta dall’uomo. Quindi il mio sostegno al digitale e al multimediale non vuole assolutamente essere un’implicita negazione dei vecchi sistemi, ma un’esplicita apertura al nuovo, a ciò che può migliorare l’efficienza e soprattutto a ciò che può educare “gli uomini del futuro” a utilizzare in maniera adeguata e intelligente questi nuovi mezzi. Per riprendere anche le parole del prof. Formiconi (che sarà il relatore della mia tesi) l’aspetto principale da affrontare è come “stare in rete” in tutti i sensi: siamo ormai connessi flat al cyberspazio, e l’unico modo per evitare di farsi travolgere da questo flusso di informazioni è dominarlo, conoscerlo, criticarlo, utilizzarlo e non farsi mai utilizzare.
Personalmente le prime volte che utilizzavo internet, essendo sprovvisto di una connessione a casa, spendevo molti soldi negli internet point a controllare continuamente la casella di posta elettronica (quasi sempre vuota), a perdere tempo in chat con gli amici (ma anche con sconosciuti), a cercare video su Youtube. Poi ho scoperto il blog, questo “diario virtuale” che offre ottime possibilità di diffusione di conoscenze; ho scoperto Flickr , un photoblog che per gli appassionati di fotografia ancora non affermati (come me, purtroppo!) è un ottimo strumento alternativo al costoso website. In seguito la mia rete di conoscenze si è espansa, ho iniziato a viaggiare da solo durante l’estate e ho sentito il bisogno di un mezzo per rimanere in contatto con persone che altrimenti avrei completamente smarrito nel tempo. E mi registrai a Facebook.
Insomma, da un po’ di tempo che “sto in rete” in maniera costante e assidua, sfruttando appieno le comodità che essa offre e scendendo a quei compromessi cui accennavo prima.
Un altro rischio, forse il più grave dal punto di vista sociologico, è la forma d’isolamento a cui può portare l’uso eccessivo della rete; questa non deve mai diventare un surrogato della realtà: la vera vita la si vive “per strada” e non davanti ad uno schermo. Tutto acquista un senso se viene utilizzato per amplificare e compensare il dialogo, le emozioni, le sensazioni che per definizione si possono provare solo “onLIFE”: sfruttare a pieno le nuove tecnologie, ma senza mai perdere la fisicità dei rapporti umani.

Il fenomeno Facebook
UN POTENTE MEZZO DI “LIFE SHARING”

175 milioni di utenti registrati al mondo; 6,5 milioni gli utenti registrati in Italia; 1 milione di dollari al mese il costo della bolletta per mantenere attivi i server; 70 milioni di dollari ogni anno spesi per la manutenzione degli archivi fotografici. E pensare che questo fenomeno Facebook, oggi quotato circa 16 miliardi di dollari, nacque con un investimento di 85 dollari! Questi numeri ci fanno render conto della potenza di questo nuovo mezzo, nato quasi per caso e sviluppatosi in maniera esponenziale nel giro di soli cinque anni. Era il 2004 quando Mark Zuckerberg, 19enne studente di Harvard, fondò con l’aiuto di alcuni suoi compagni di corso “Thefacebook” (nome originario di Facebook).
Lo scopo iniziale era quello di una vera e propria ri-mediazione degli annali tipici delle scuole americani: l’idea fu di digitalizzare le informazioni e le foto che prima erano contenute in quei grandi libri che si vedono sempre nei film dei college americani. Dopo pochi giorni la rete del social network appena nato aveva già coinvolto più della metà degli studenti di Harvard, e in seguito si espanse ad altre facoltà statunitensi. Fu solo nel 2006 che la sua rete si aprì anche agli istituti d’istruzione superiore e ad alcune aziende. Una crescita rapida dettata dal caso, dalla fortuna e dalla capacità di sfruttare il passaparola come uno tra i più potenti mezzi di pubblicità.
Sono molte le ragioni del successo di Facebook: prima di tutto è un social network che offre molti servizi in un’unica interfaccia molto semplice e che viene incontro anche agli utenti meno esperti. E’ infatti possibile con un solo strumento:
- consultare i messaggi che i tuoi contatti lasciano in bacheca (ri-mediazione dei tradizionali sms);
- consultare la propria casella di posta privata, nella quale possono arrivare inviti per eventi, feste, mostre, oppure semplicemente messaggi personali (ri-mediazione della casella e-mail);
- iscriversi a gruppi di sostegno (per cause sociali o semplicemente di natura ludica), e rimanere aggiornati su eventuali nuove notizie; si formano così delle comunità di pratica all’interno del social network;
- comunicare in maniera sincrona con i propri contatti che si trovano in linea (ri-mediazione della tradizionale chat); secondo le mie previsioni presto questo servizio sarà anche provvisto di video-comunicazione mediante webcam.
Riconosco che forse è solo uno dei tanti siti “di moda” sorti fin dagli albori del web 2.0: penso ad esempio al furore sollevato da Skype, eBay, Youtube o Msn (che sembrava inizialmente addirittura soppiantare l’utilizzo del cellulare!). Poi sono arrivati due colossi come MySpace e Facebook, due vetrine per condividere foto, video, emozioni, parole, interessi … tutta la vita messa in rete. E’ proprio questo che mi spinge a definirli come strumenti di LifeSharing ma con una grande differenza: mentre il primo è la vetrina prediletta da artisti e musicisti, e per il quale l’interesse sta notevolmente calando visto il macchinoso funzionamento, il minor numero di servizi forniti e la rete di utenza più limitata, Facebook è destinato a resistere nel tempo perché si sta trasformando in una sorta di “elenco telefonico” gigantesco, globale, dove poter trovare informazioni, svago e intrattenersi spulciando nei profili dei propri “amici” (termine in questo caso abusato) per soddisfare quel voyeurismo che appartiene, più o meno, ad ognuno di noi.

GIOCARE CON LA PROPRIA IDENTITA’

Dietro ogni profilo Facebook risiede un’identità immersa nel web, spalmata nel ciberspazio e dai mille volti differenti. Dietro a questa possibilità risiede uno dei maggiori rischi sociologici: il desiderio di essere qualcun’altro, identificarsi e costruirsi seguendo ciò che non si è realmente. Ricordo a questo proposito una conferenza che trattava Second Life, (tenutasi nell’edizione del Festival della Creatività di due anni fa) altro fenomeno adesso in discesa ma che a suo tempo creò molto scalpore e al quale fu rivolta molta attenzione. Per questo signore, reso diversamente abile da una malattia genetica, Second Life rappresentava la possibilità di fare molte cose in più rispetto a quelle che gli erano concesse dalla natura: camminare, muoversi liberamente all’interno di una città e interagire con altri utenti. Lui si sentiva più sicuro in Second Life, affermato, aveva un’identità parallela racchiusa in un corpo digitale da lui stesso costruito. Se da una parte questo fatto può risultare socialmente preoccupante, dall’altra mi chiedo perché condannare un qualcosa che, senza arrecare danno alla propria salute e a quella degli altri, fa stare meglio una persona che soffre. Ben venga in questo caso la falsa identità a patto che non sia utilizzata per molestare altri utenti o al fine di nascondersi per compiere atti poco dignitosi.
Non si può ricorrere sempre a generalizzazioni per compiere giudizi: penso ad esempio a una persona con chiare difficoltà a esporsi e dialogare con gli altri per un carattere troppo chiuso e introverso. Queste persone hanno difficoltà a fare nuove amicizie, a uscire e a svagarsi come i loro coetanei? Per una persona aperta ed estroversa un mezzo come Facebook può essere una risorsa complementare a una vita sociale che già possiede all’esterno del ciberspazio; ma per una persona con difficoltà interrelazionali invece può rappresentare l’unico modo per stabilire contatti preliminari col prossimo. Il social network, e in questo caso Facebook, alla maniera di altri mezzi come il blog o la piattaforma e-learning, sono una sorta di surrogato del dialogo, che come ho già accennato, è un elemento fondamentale sia di crescita sia di formazione (Boffo,2006). Sostituiscono un qualcosa che si può ascoltare fisicamente mediante la voce dell’interlocutore nel corso di una conversazione; certo è che in questo caso vengono a mancare tutti quegli elementi fondamentali di comunicazione non-verbale, assenza che talvolta può essere “utile” a concentrarsi molto più sull’essenza dei concetti.
Una particolarità di questo social network è che è forse il primo dove devi essere obbligatoriamente te stesso (almeno anagraficamente): infatti viene richiesto l’inserimento di nome e cognome reali, non fittizi. Una persona può anche non rivelare la propria identità, ma ne paga il prezzo di non essere facilmente raggiungibile nelle ricerche di utenti interessati a chiedere la sua “amicizia”. Molti sono anche registrati con pseudonimi perché esercitano professioni che vieta loro (in maniera più o meno diretta) di iscriversi a servizi di questo tipo.
Da una parte c’è la fobia di muoversi in quello che abbiamo definito il panottico virtuale, dall’altra si caricano allegramente foto delle vacanze (che possono monitorare ogni nostro spostamento), si inseriscono tra le informazioni personali il numero di cellulare, il contatto Skype, messenger, indirizzi di abitazioni … Facebook sembra aver cancellato tutte le paure di utilizzo improprio delle proprie vite. In un preciso punto di quelle condizioni d’utilizzo che tacitamente e inconsapevolmente accettiamo al momento dell’iscrizione, si trova così scritto: “[…] Per i contenuti protetti da diritti di proprietà intellettuale come foto e video, ci fornisci, secondo le impostazioni della privacy specificate, le seguenti autorizzazioni: ci concedi una licenza non esclusiva, trasferibile, con il diritto alla cessione in sub licenza, libera da diritti e valida in tutto il mondo che ci autorizza a utilizzare tutti i contenuti pubblicati su Facebook o in connessione con Facebook. Questa licenza terminerà al momento dell’eliminazione dei contenuti o dell’account (tranne nei casi in cui i contenuti siano stati condivisi con altri utenti e questi ultimi non li abbiano eliminati) […]“
Anche cancellando il proprio profilo, tutti dati caricati rimarranno nell’enorme server disponibili nel tempo, e su richiesta dell’utente potranno essere in un secondo momenti recuperati per la riapertura del proprio profilo.
Il fatto strano è che sono stati subito coinvolti in tutto questo anche i NON-nativi digitali, persone ad esempio over60 che come i più giovani e gli adolescenti sentono il bisogno di alimentare il narcisismo (elemento caratteriale che secondo molti pedagogisti ostacola la formazione dell’uomo) e desiderano far parte di questa comunità digitale condividendo le loro vite. Inutile a mio avviso l’atteggiamento di coloro che si registrano e che non mettono la foto, che non accettano nessuno … ma che intanto si sono registrati! Solo curiosità o voglia di andar contro corrente a tutti i costi? Conosco poche persone che non hanno un profilo e la loro principale motivazione è che non vogliono essere rintracciabili e non sentono il bisogno di condividere con nessuno le loro foto, video, ricordi in rete. Apprezzo molto questa decisione e la rispetto, anche se sono consapevole che basta pagare una pizza con la carta di credito per essere rintracciati allo stesso modo!
Sono curiose molte notizie di cronaca “leggera” che riguardano gli utilizzi non permessi dai luoghi di lavoro: persone licenziate perché si sono spacciate malate e invece, mediante FB, si è scoperto essere uscite e godere di ottima salute; persone dipendenti da FB che ci passano ore ed ore ogni giorno,; matrimoni finiti per foto “piccanti” del partner trovate su, altri profili … in moltissimi uffici comunque i gestori della rete hanno inserito Facebook tra i siti non permessi perché gli impiegati vi passavano troppo tempo trascurando le loro mansioni.
Penso che l’aspetto più curioso e principale che spinge le persone a crearsi un profilo su un social network sia proprio la possibilità di rintracciare vecchie conoscenze ormai perdute con il passare degli anni. L’unica controindicazione è la possibilità di essere rintracciati anche da coloro che si è stati ben lieti di aver perso “per la strada della crescita!”. E poi forse se i contatti si perdono col tempo, un motivo c’è. Forse è solo curiosità, solo voyeurismo. Inoltre ci sono persone “deviate” che vedono in un social network un terreno fertile per approfittarsi dei più ingenui; ci sono purtroppo anche dei gruppi che degenerano in integralismi e fanatismi, come gruppi razzisti o gruppi che sostengono clan mafiosi o sette.

ALCUNE CLAUSOLE PER GLI UTENTI: quello che la gente spesso ignora

Leggendo la “costituzione di Facebook”, ovvero le sue condizioni d’uso, ci rendiamo conto che non tutti i mezzi che sembrano filo-democratici in verità rispettano i diritti di uguaglianza dei cybernauti. Eccone qualche esempio.
⇒ Coloro che hanno meno di 13 anni non possono iscriversi (e questo è giusto anzi, 13 anni sono a mio parere pochi) MA gli utenti dai 13 ai 18 anni possono creare un profilo solo se sono iscritti ad un istituto d’istruzione superiore, con una notevole discriminazione per coloro che decidono di non proseguire il corso di studi.
⇒ Accettando i termini al momento della registrazione si accettano tacitamente e implicitamente eventuali successivi cambiamenti delle clausole; questo può essere molto pericoloso perché un utente dovrebbe essere sempre informato in caso di cambiamenti all’ordinamento del mezzo che sta utilizzando.
⇒ Facebook si riserva il diritto di eliminare quei contenuti che reputa offensivi o molesti senza alcun preavviso. Ora mi domando quanti prodotti artistici, ad esempio, potrebbero essere considerati in tal modo? Non è quindi garantita al 100% la libertà d’espressione e di divulgazione di materiale creativo/artistico. Tutto ciò che l’amministrazione ritiene criticabile può essere eliminato. Addirittura a un mio amico hanno bloccato il profilo perché in una sera inviò troppe richieste d’amicizia, tenendo a loro giudizio un comportamento “molesto e poco educato”.
⇒ In precedenza anche in caso di cancellazione e “fuga” dal social network, il materiale messo online rimaneva di proprietà di Facebook che lo poteva utilizzare a proprio piacimento con l’eventuale possibilità di trarne profitto. Questa è stata la causa che mi ha spinto a non caricare foto di miei lavori di ricerca fotografica negli album: va bene l’accrescimento dell’intelligenza collettiva e del sapere online, ma proprio da sciocco non voglio passare! Mi darebbe fastidio vedere un domani una mia foto su una pubblicità senza che mi sia stato chiesto neanche il consenso! Adesso questa condizione è stata revocata in seguito alle numerose lamentele rivolte direttamente a Zuckerberg, e questo fatto mi regala molto fiducia: in questo cyberspace c’è ancora modo di far sentire la propria voce se sappiamo organizzarci in maniera esauriente, ed eventuali proteste arrivano molto più velocemente evitando le interminabili procedure burocratiche esistenti nel mondo reale.
Il fatto che mi lascia più scettico è la ”chiusura” del social network all’interno della rete aperta: la rete è un qualcosa di infinitamente grande, che si sviluppa con l’aumentare dei nodi che la compongono. Come ho già specificato in precedenza è questa la sua forza, il fatto di essere aperta, libera, che dietro il pagamento di un abbonamento (oggi anche molto economico rispetto al passato) offre illimitate possibilità per conoscere, farsi conoscere, restare informati. La contraddizione di Facebook, che secondo me lo rende un media “non troppo aperto”, è proprio quella di porre una rete chiusa all’interno della rete: infatti un utente può usufruire dei suoi servizi se e solo se è iscritto e se ha caricato le proprio informazioni personali. Non prevede, come ad esempio molti blog, o come MySpace, due tipi di account: non esiste cioè distinzione tra ospiti e utenti registrati, e anche solo per curiosare qualche foto devi avere un tuo account. E questa secondo me è una grande contraddizione: da una parte questo mezzo mantiene aperte le possibilità di condividere materiale, chattare, inviarsi messaggi con persone anche lontanissime e di ogni età; d’altra questo pregio di apertura è contraddetto dalla chiusura di riservare l’accesso ai soli iscritti.
Forse per controllare meglio il flusso d’informazione?
O forse, più probabilmente, per gestire meglio la vendita dei dati degli iscritti all’industria, unico vero motore e finanziatore di Facebook?

Una NON-conclusione

Mi rendo conto che non c’è possibilità di conclusione al termine di questa mia relazione; mi piacerebbe poter tirare delle somme, dare una motivazione al mio lavoro e riuscire a formare un’opinione sul mio pensiero. So solo una cosa: ho considerato questa mia tesina come una buona occasione per fare il punto della situazione e mi sono reso conto che siamo tutti delle vittime di un sovra-sistema, ma che è diverso il modo di reagire all’imposizione di regole, gusti, tendenze.
Da una parte il web offre la possibilità di distinguersi, dall’altra quella di uniformarsi: tutto sta nelle scelte personali perché anche nel ciberspazio esiste il libero arbitrio. Dietro tutto ciò risiede sempre l’uomo, l’essere più difficile da comprendere. Per questo è impossibile generalizzare e non ha senso schierarsi per forza con gli “apocalittici” o con gli “integrati”: ben venga il dubbio, ben venga lo scontro di opinione. Non siamo tutti uguali e il web ci pone di nuovo davanti a questa grande verità in quanto rappresenta un efficiente mezzo di espressione e dialogo (o non-dialogo).
Non posso tirare delle conclusioni perché ogni pensiero si ricollega ad altri, si sviluppa, genera nuovi concetti iniziando un processo senza confini definibili e conoscibili. Proprio come in una rete. Il discorso rimane aperto.

A me sembra molto interessante, considerando anche il fatto che si tratta di un documento del 1996! Questo Barlow non riserva pietà per i tentativi governativi di controllare il mondo della rete.
C’è anche da dire però che sono proprio questi controlli che più volte hanno smascherato (ma quasi mai prevenuto!) attacchi terroristici o reati i vario genere. Quindi non si tratta di un qualcosa solo da condannare, ma ci sono da fare delle distinzioni precise a seconda dei casi.
Il fatto che appoggio assolutamente è il sostegno assoluto per l’open source: il web deve essere libero e svincolato dai controlli del copyright.


Dichiarazione di indipendenza del Cyberspace

Governi del mondo industrializzato, voi decadenti giganti di cemento e di acciaio, Noi proveniamo dal Cyberspace, la nuova casa della Mente. Nell’interesse del Futuro, noi vi chiediamo, uomini del passato, di lasciarci da soli. Voi non siete benvenuti tra noi. Voi non avete alcuna sovranita dove noi ci incontriamo.

Noi non abbiamo eletto un governo e nemmeno desideriamo farlo, per cui noi vi attribuiamo un’autorità non più grande della stessa libertà di espressione. Noi dichiariamo che la società globale che stiamo costruendo è da intendersi per sua natura indipendente dalle tirannie che voi stessi cercate di imporci. Voi non avete alcun diritto su di noi, né tanto possedete alcun mezzo di imposizione che possa farci paura.

I governi derivano il loro potere dal consenso dei governati. Voi non avete mai chiesto il nostro consenso né tanto ve lo abbiamo mai dato. Noi non vi abbiamo invitati. Voi non ci conoscete nemmeno, come del resto non conoscete il nostro mondo. Il Cyberspace non ricade dentro i vostri confini giurisdizionali. Non pensiate nemmeno di poterli edificare, come se si trattasse di una cosa pubblica. Voi non potete. Poichè esso è un processo naturale e cresce spontaneamente attraverso le nostre collettive azioni.

Voi non avete preso parte alle nostre grandi e affollate discussioni, così come non avete creato voi lo stato di salute dei nostri mercati. Voi non conoscete la nostra cultura, la nostra etica, né il nostro codice non scritto di comportamento che da alla nostra società molto più ordine di quanto possiate provvedere voi attraverso le vostre imposizioni.

Voi avete deciso che esistono dei problemi tra noi e che voi dovete risolvere. Voi utilizzate questa scusa per invadere i nostri recinti. Molti di questi problemi non esistono in realtà. Dove esistono veri conflitti, dove avvengono dei torti, noi li individueremo e li risolveremo con i nostri mezzi. Noi stiamo realizzando il nostro proprio Contratto Sociale. Questa nostra forma di governo nascerà secondo le caratteristiche del nostro mondo e non del vostro. Perchè il nostro mondo è diverso.

Il Cyberspace è un luogo fatto di transazioni, relazioni e di puro pensiero che si staglia come un’enorme onda nel mare della comunicazione. La nostra è una realtà che va oltre il mondo dei nostri corpi, un mondo, appunto, che si trova ovunque e allo stesso tempo da nessuna parte.

Noi stiamo creando un mondo dove tutti posso accedere senza priveleggi o pregiudizi indotti dalla razza, dal potere economico e militare o dal luogo di nascita. Noi stiamo cercando di creare un mondo dove chiunque e ovunque possa esprimere la propria opinione, non importa quanto personale, senza paura che questa non venga ascoltata o costretta ad conformarsi.

I vostri concetti di proprietà, espressione, identità, movimento e ambiente non sono applicabili nel nostro contesto. Essi sono infatti basati sulla materialità delle cose. Qui nulla è materiale.

Le nostre persone non hanno un corpo, sicchè, a differenza di voi, noi non possiamo stabilire l’ordine attraverso la coercizione fisica. Noi crediamo che grazie ad un’etica individuale unitamente ad un senso della comunità il nostro progetto emergerà. I cittadini del nostro mondo virtuale possono attraversare con molta facilità i vari confini delle vostre singole giurisdizioni. L’unica legge che essi riconoscono in comformità alle loro singole culture di provenienza è la legge Aurea sulla base della quale speriamo di potere costruire le singole soluzioni ai nostri problemi. Certamente non possiamo accettare quelle soluzioni che ci vengono imposte.

Negli Stati Uniti, voi avete oggi creato una legge, la riforma del sistema delle telecomunicazioni, che ripudia la vostra stessa costituzione ed insulta il sogno di uomini come Jefferson, Washington, Mill, Madison, DeToqueville, and Brandeis. Questi sogni devono adesso tornare a realizzarsi con noi.

Siete terrorizzati dai vostri stessi figli che vivono in un mondo, il Cyberspace, che conoscete appena e affidate alla burocrazia la vostra responsabilità di genitori perchè troppo codardi per confrontarvi direttamente con loro. Nel nostro mondo tutti i sentimenti e le umane espressioni, dalle più basse a quelle più elevate, costituiscono un tutt’unico all’interno della comunicazione globale attuata attraverso bits. Non possiamo separare l’aria sporca che respiriamo da quella che sostiene gli angeli in cielo.

In Cina, Gemania, Francia, Russia, Singapore, Italia e negli Stati Uniti, voi state cercando di tenere lontano il virus della libertà eregendo posti di vigilanza lungo le frontiere del Cyberspace. Queste potranno tenere lontano il contagio per un breve periodo di tempo ma, in un mondo che si appresta ad essere avvolto dalla communicazione digitale, questo rimedio non può funzionare.

Le vostre obsolete industrie dei media perpetueranno la loro decadenza proponedo leggi, in America ed altrove, che proclamano loro stessi come depositari della parola nel mondo. Queste leggi renderanno le idee alla stregua dei prodotti industriali, non più nobili di un maialino di ferro. Nel nostro mondo, qualunque creazione della mente umana può essere riprodotta e distribuita all’infinito senza alcun costo. La diffusione del pensiero non ha più bisogno delle vostre industrie per essere compiuta.

Queste ostili e crescenti misure attuate contro di noi, ci pongono nella stessa situazione dei primi coloni che, amanti della libertà e dell’autodeterminazione, rigettarono l’autorità di un potere distante ed arrogante. Dobbiamo dichiarare la nostra indipendenza dalla vostra sovranità che non si estende alle nostre vite “virtuali”, benchè i nostri corpi continueranno a sottostare alle vostre leggi materiali. Noi ci moltiplicheremo su tutto il Pianeta in modo che nessuno potrà così arrestare i nostri pensieri.

Fonderemo nel Cyberspace una nuova civiltà della Mente. Che questa possa risultare più umana e tollerante del mondo che i vostri governi hanno eretto.


Davos, Svizzera
John Perry Barlow
8 Febbraio,1996

l’Arte…nient’altro

una tela bianca, e nient’altro.

un blocco di crudo marmo, un pentagramma vuoto, questo e nient’altro.

a prima vista così privi di vita, insignificanti.

ma l’artista può farlo: portare Vita dove regna Morte,

una tempesta di accecante melodia in luoghi regnati dal mutismo delle tenebre.

l’artista sposa Arte, per lei ama, s’angoscia, s’arrabbia, vive per lei. non ricerca ciò che oggettivamente piace, ma solo ciò che può dargli luce.

egli ritiene valga la pena morire per lei.

in fondo se ci pensate, che cos’è l’uomo senza Arte?

 

soltanto un girasole che volge lo sguardo verso un tiepido raggio di luna.

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